Drastici tagli ai finanziamenti, immobili in vendita, mancanza di ricambio generazionale, gestione ai privati. Una tenaglia stringe gli archivi italiani che, nell'impossibilità di pagare persino le bollette della luce, rischiano di chiudere entro l'anno. Latitante il ministro Urbani che continua a sottrarsi a qualsiasi confronto. Parla il vicepresidente dell'Associazione nazionale archivistica, Ferruccio Ferruzzi Millecinquecento chilometri lineari di documenti rischiano di diventare «mute carte» grazie alla scure che - con mano ferma - il ministro Tremonti ha calato sugli archivi di stato italiani. Si aggirano, infatti, intorno al 30 i tagli previsti dall'ultima finanziaria. Un vero dimezzamento che investe soprattutto i cosiddetti capitoli di funzionamento, ossia le voci necessarie alla sopravvivenza: acqua, luce, pulizie, telefono, riscaldamento, manutenzione. L'ennesimo colpo di mano di un governo che sembra sempre più intenzionato a cancellare ogni traccia di memoria storica. «Chissà, forse è un fatto legato ai costumi o ai media che ci tengono imprigionati in un perenne presente», commenta con amarezza Ferruccio Ferruzzi, vice presidente dell'Anai, l'associazione nazionale archivistica italiani. Con lui parliamo di una situazione che diventa via via più incandescente. Con una lettera indirizzata al ministro Urbani, l'associazione ha lanciato un allarmato «s.o.s». La situazione è veramente così grave? Le dico solo che - rispetto al 1998 - lo stanziamento totale è stato più che dimezzato con una progressione arrivata, negli ultimi tempi, a scendere di gran lunga al di sotto della soglia inferiore del fabbisogno minimo. Il ministro Urbani non vi ha fornito nessuna spiegazione? Il ministro Urbani non ha risposto alla nostra lettera né ci ha concesso l'incontro che da oltre un mese gli avevamo chiesto. Del resto cominciamo a credere che il nostro «vero» ministro sia Tremonti visto che i tagli da lui decisi rimangono. A proposito di Tremonti, c'è una legge che obbliga tutti gli istituti a servirisi della Consip, una società appositamente costituita dal Tesoro per mediare - su scala nazionale - tutte le forniture agli istituti statali. Una convenzione conveniente? Macché. La maggiorparte dei preventivi forniti dalle ditte indicate dalla Consip sono sempre di molto superiori rispetto a quelli locali. Si tratta di un fatto; ad altri spetterà spiegarne il perché. Se sono drastici i tagli per le spese di funzionamento, invariati restano i finanziamenti destinati alle spese di investimento. Non le sembra contraddittorio? Si tratta di una scelta assolutamente assurda. E per due motivi: innazitutto tagliando i fondi per il funzionamento, ad essere danneggiati sono soprattutto gli archivi che, in pratica, non sostengono spese di investimento, quelle cioè che si trasferiscono a terzi per l'acquisto di beni permanenti o che comunque si incorporano in un bene. In secondo luogo, a un grosso volume di investimento dovrebbe corrispondere una maggiore attività che - senza i fondi destinati nemmeno a coprire le spese di sopravvivenza - diventa addirittura impensabile. Perché una scelta di questo tipo? L'investimento «va» all'esterno, produce appalti, manodopera e ritorno di immagine. Gli archivi no: non producono beni, non hanno un ritorno politico. E quanto agli unici beni in loro possesso, questa finanziaria ne mette a repentaglio la stessa conservazione. Come si fa a conservare un documento senza condizioni ambientali adeguate? Noi rischiamo di non poter pagare le prossime bollette della luce, figuriamoci un condizionatore. Per non parlare della ricerca o dell'informatizzazione. E questo è anche il risultato di una ripartizione interna del ministero che vede il settore archivistico più penalizzato rispetto ad altri settori. Insomma, gli archivi non sono monetizzabili. E tuttavia si vocifera di un possibile intervento dei privati. Nient'altro che un alibi. Nel caso dei musei potrebbe avere una qualche plausibilità: un privato potrebbe investirci, far finta di guadagnare solo per avere un ritorno di immagine. Insomma potrebbe decidere di diventare una specie di sponsor. Ma chi vuole che investa in un archivio? Inoltre, con la privatizzazione - che riduce tutto all'interfaccia col pubblico - il nostro profilo professionale, quello di ricercatori storico-scientifici, verrebbe del tutto stravolto. Noi studiamo i documenti, le fonti e la loro produzione e mettiamo i nostri studi e la nostra consulenza a disposizione dei cittadini. Che tipo di attività saremmo, invece, costretti a svolgere per diventare «desiderabili» sul mercato? Far visitare le sedi o mostrare i nostri cimeli come ci hanno chiesto dopo averci ordinato di restare aperti la domenica? Non è il nostro vero lavoro e i documenti non sono solo cimeli da museo. Tra le novità che vi riguardano, la decisione di inserire i vostri immobili nella lista di quelli «valutabili» dal demanio. E dunque vendibili. Sì, in base alla Patrimonio Spa, i nostri immobili potranno essere anche venduti. Ma sarei proprio curioso di sapere chi potrebbe mai decidere di comprare - che so - l'archivio di stato di Firenze che solo come archivio è stato progettato e costruito. Del resto c'è come una tenaglia che si sta stringendo intorno a noi: i tagli, la possibile vendita degli immobili, la mancanza di ricambio. L'età media degli archivisti è, oggi, di circa cinquant'anni e nuove leve non ce ne sono. Il ministero sta preparando un decreto delegato per ridefinire il suo assetto interno. Che ne pensa? Innanzitutto mi piacerebbe conoscere il testo, che non solo non è stato reso pubblico ma nenache sottoposto al parere del consiglio nazionale dei beni culturali come prevede la legge. Questa riforma non è solo amministrativa ma concerne la cultura, non solo italiana. E quindi riguarda tutti i cittadini. Per questo dovrebbe avere la massima trasparenza ed essere elaborata da una commissione di esperti: al momento, non ci risulta che nessun archivista o archeologo o storico dell'arte sia stato interpellato o ne faccia parte. Per quanto si possano considerare discutibili, le riforme universitarie sono state fatte da docenti. E per quanto riguarda gli archivi? L'aspetto più grave della riforma sta nel sottoporre gli archivi alle direzioni regionali dei beni culturali. Questo vuol dire che sarà demolita la amministrazione archivistica nazionale che esiste da 130 anni e garantisce, per esempio, lo «scambio» di fondi tra i vari istituti. Se un archivio era impossibilitato a spendere la somma che gli era stata assegnata, quella stessa somma veniva trasferita ad un istituto di altra regione. Ciò che si vuole realizzare è una frammentazione che distrugge una unitarietà culturale e professionale stimata in tutto il mondo. L'attività degli istituti verrà condizionata dal diverso livello di ricchezza delle regioni? Il denaro seguirà le regioni e non le esigenze degli archivi. Inoltre il solo fatto che a decidere i bilanci non saranno gli archivisti avrà i suoi effetti dannosi. Anche il vostro livello di autonomia ne risentirà? In realtà l'autonomia - stabilita con la legge 368 del 1998 - non ci è mai stata data. Eppure avrebbe potuto di molto alleviare i problemi di bilancio. Perché? Perché stabiliva un unico budget capace di fondere investimenti e funzionamenti così garantendo quella flessibilità di bilancio che, invece, non abbiamo. A questo punto è evidente che il ministero è del tutto inadeguato a garantire il funzionamento degli archivi che dovrebbero, quindi, trovare un diverso assetto istituzionale che ne riconosca il valore civile. Quanto è reale il rischio di chiusura? Molti direttori hanno già dichiarato che non riusciranno ad andare oltre la metà dell'anno. E molti istituti hanno già ridotto l'orario, limitato l'uso del telefono, smesso di pagare le bollette sulla tassa dei rifiuti.
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