Lettera aperta al personale dell'Università di Pisa e a tutti coloro che sono interessati al suo futuro. Abbiamo pensato di condividere qualche riflessione, fortemente preoccupata, sulla vicenda della scuola IMT di Lucca, alla luce dei recentissimi sviluppi. Giovedì 10 novembre, in Senato, il governo ha posto la fiducia sull'emendamento alla finanziaria 2006: un piccolo comma, difficile a decifrarsi, ha gettato le basi per la "istituzionalizzazione" dell'IMT di Lucca, insieme all'Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze; in poche parole, queste due scuole di (autoproclamata) eccellenza, nate pochi mesi fa come scuole di dottorato di ricerca, ottengono un finanziamento, consolidato per gli anni a venire, di 1,5 milioni di euro annui, che andranno a far parte del fondo di finanziamento ordinario (FFO) delle università - preludio al loro definitivo riconoscimento come nuove istituzioni universitarie. Detto e fatto: con una velocità senza precedenti - e senza scrupoli - la ministra Moratti ha infatti firmato, lo scorso venerdì 18 novembre, il decreto che riconosce alle due scuole il nuovo status di università. Una prima riflessione è di carattere generale: mentre la stessa finanziaria massacra di tagli l'università e la ricerca (taglio del 40 al fondo per l'edilizia universitaria, taglio del 15 al fondo per la ricerca di base, taglio dell'1 al FFO delle università che, in termini reali, corrisponde al 10 dato che il 90 del FFO va in spese incomprimibili come gli stipendi, conferma del blocco delle assunzioni dei ricercatori al CNR, ...) non si negano finanziamenti generosi a specifici progetti in nome di una "eccellenza" presunta ed avulsa da qualunque criterio di valutazione, progetti personalistici come nel caso lucchese, legato al presidente del Senato Marcello Pera. E questo nonostante una relazione circostanziata del CNVSU (il Comitato Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario) che, pur dando parere favorevole alla finanziabilità delle due scuole di Lucca e Firenze, raccomanda di aspettare ad accreditarle, nell'impossibilità di valutarle a così poco tempo dal loro avvio. Nel caso dell'IMT, il Comitato pone l'accento sulla evidente difficoltà di creare una scuola di dottorato dal nulla, in assenza di strutture di ricerca proprie che possano sostenere la scuola (citando dal documento del Comitato, "Nella prassi internazionale, anche in paesi come USA e Regno Unito che hanno una regolamentazione della formazione dottorale diversa da quella italiana, la presenza di una solida comunità scientifica è il presupposto per l'avvio del dottorato, non la sua conseguenza."). Ma, nonostante questo parere, il governo ha deciso di procedere a tappe forzate ed istituire due vere e proprie istituzioni universitarie, nella fretta di mettere fieno in cascina prima delle elezioni di primavera. Uno scandaloso regalo personalistico, senza precedenti; ma anche un modo per affermare la linea di questo governo: operare una netta divaricazione fra una ristretta élite di research university eccellenti, personalizzate e private, create ex novo se serve, e la maggior parte delle università pubbliche - belle o brutte, grandi, medie o piccine, buone o cattive - finalmente declassate a teaching university, pure dispensatrici di didattica a basso costo ed altrettanta qualità. Una strada, peraltro, resa possibile dalla modifica della riforma dell'autonomia didattica fortemente voluta dalla ministra Moratti: il nuovo D.M. 270 del 2004 non obbliga più le università ad erogare lauree di primo livello come condizione per poter offrire lauree specialistiche, liberalizzando così la creazione di atenei che si specializzano sui soli livelli più alti della formazione, e riducendo i requisiti minimi di risorse necessarie per accreditarli. Ma l'eccellenza non si crea per decreto, non si improvvisa con la forza del denaro (pubblico), non va confusa con l'elitarismo. Si costruisce pazientemente, con l'impegno, la tenacia, la qualità diffusa, la valutazione, il riconoscimento dei risultati raggiunti da parte del mondo scientifico. Il primo professore di ruolo alla Scuola Normale fu nominato nel 1955, più di cento anni dopo la sua fondazione; oggi, IMT ottiene la sua istituzionalizzazione a nove mesi dall'avvio dei suoi corsi, nel marzo 2005! Una seconda riflessione riguarda invece la nostra Università di Pisa ed i pericoli che può correre nel nuovo scenario che si apre nell'area che la ospita. IMT è nata sulla base di un compromesso, come scuola di dottorato: cosa in astratto condivisibile, in quanto estendere il dottorato di ricerca e riorientarlo non solo verso la carriera accademica ma anche verso l'industria e la pubblica amministrazione è una emergenza nel nostro paese, anche se rimangono tutti i dubbi sulla qualità dell'operazione avviata. Ma non c'è ormai alcun dubbio che IMT tenderà ad affermarsi come università autonoma, con un proprio corpo docente, con propri corsi di studio, anche di laurea specialistica, naturalmente anche questi eccellentissimi. Questo intento è stato espresso pubblicamente da Pera stesso e da Fabio Pammolli, direttore di IMT, in varie occasioni. Abbiamo presente cosa potrà succedere all'Università di Pisa se questo scenario dovesse concretizzarsi, indipendentemente dal livello di qualità che IMT potrà raggiungere nel breve periodo? Non solo ci troveremmo a due passi delle versioni "eccellenti" - a numero chiuso e ristretto - dei nostri corsi di studio che avremo inopinatamente contribuito a creare, e che inevitabilmente farebbero percepire i nostri come corsi di serie B. Ma, ancora peggio, si potrebbe destabilizzare il quadro di partnership storica fra la nostra università, la Scuola S. Anna e la Scuola Normale. Oggi, questa partnership è di mutuo rinforzo, perché i normalisti e gli studenti del S. Anna frequentano i corsi di studio dell'Università di Pisa. Domani, per rispondere ad una presenza troppo ingombrante di IMT, potrebbe diventare di pura concorrenza - e non ad armi pari: poche risorse per tanti studenti da un lato, e viceversa dall'altro. In questo scenario, potrebbe delinearsi un mesto futuro da teaching university per l'Università di Pisa, vaso di coccio fra formidabili, snelle e ben foraggiate research university, in grado di attirare gli studenti migliori lasciando a noi il "lavoro sporco". Catastrofismo? Può darsi. Ma ignorare il problema, oggi, è molto rischioso. Né, crediamo, può darci molta tranquillità il fatto di essere presenti, in qualche modo, all'IMT - come soci di minoranza in alcuni organi e come gestori di un dottorato. È bene ricordare che l'Università di Pisa è entrata dalla porta di servizio e che ancora oggi non fa parte, nell'oscuro gioco di scatole che controllano IMT, del consorzio che percepisce i finanziamenti - e infatti il parere del Comitato di Valutazione non nomina neppure l'Università di Pisa, ma solo i soci fondatori: LUISS, Politecnico di Milano e Scuola S. Anna, oltre gli enti locali lucchesi. È bene sapere che, per i recenti sviluppi, la Scuola S. Anna è sul piede di guerra, e sta uscendo da IMT. È bene ricordare che tutti i professori, una volta trasferiti ad un diverso ateneo, diventano ben presto organici al nuovo contesto e non possono garantire gli interessi dell'ateneo di provenienza, e questo ci si può aspettare che accada se qualche docente pisano dovesse trasferirsi ad IMT. Insomma, non crediamo che nelle condizioni attuali l'Università di Pisa si possa illudere di incidere sul futuro di IMT. Crediamo invece che si debba fare di tutto per fermare questo treno in corsa. Occorre piuttosto rilanciare al più presto un programma di estensione del sistema universitario pisano a livello di area vasta, creando a Lucca, ma anche a Livorno, pezzi importanti di università "vera": lauree e lauree specialistiche in settori nuovi ed emergenti, con annesse strutture scientifiche e di ricerca, che non trovano a Pisa spazio, risorse e contesto socio-economico, e che siano in grado di assicurare qualità e quantità, didattica e ricerca. Occorre espandere l'università, non semplicemente decentrare; creare nuove opportunità di studio e di ricerca, non doppioni di scarsa qualità. In questo modo si creerebbe, nelle città vicine a Pisa, un contesto di università "vera", in cui progetti di scuole dottorali come IMT potrebbero - forse - recuperare qualche sensatezza. In questo contesto, il progetto IMT potrebbe integrarsi nel sistema universitario per creare una buona scuola dottorale interuniversitaria, con impegni chiari e sottoscritti dalle parti e garantiti dalla regione e dal governo, ed entro un rigoroso e trasparente percorso di valutazione. Occorre coinvolgere gli enti pubblici, con un ruolo decisivo della Regione, in un accordo di programma che veda l'area intorno a Pisa ed alla sua università come quel tessuto metropolitano in grado di sostenere un'idea più ambiziosa di università, un'università che con più forti radici locali possa giocare un ruolo scientifico e culturale più importante sulla scena globale. Crediamo che questi siano temi decisivi, su cui valga la pena interrogarci e confrontarci; ci appelliamo ai diversi attori istituzionali - l'Università di Pisa, le altre Università pisane e toscane, i Comuni e le Province dell'area vasta e, soprattutto, la Regione Toscana - perché si impegnino ad imporre una fase di riflessione e valutazione sulla vicenda IMT e, contemporaneamente, a concordare un piano di potenziamento del sistema dell'università e della ricerca nelle città dell'area vasta della costa nord-occidentale della Toscana. I sottoscritti aderenti all'associazione Sapere è Futuro (http:www.sapereefuturo.it) e i sottoscritti docenti dell'Università di Pisa: Amedeo Alpi, Claudio Casarosa, Gianfranco Denti, Giancarlo Fasano, Gianfranco Fioravanti, Piero Floriani, Aldo Frediani, Giuseppe Forte, Marco Guidi, Riccardo Lanzara, Giuliano Manara, Luigi Muzzetto, Dino Pedreschi, Adriano Podestà, Maria Grazia Ricci, Paolo Rossi, Laura Semini, Mario Aldo Toscano, Franco Turini Per commenti, critiche ed adesioni: pisasapereefuturo.it Pisa, 20 novembre 2005