Le devastazioni subite nei giorni scorsi dalla Biblioteca e dal Museo Archeologico di Baghdad hanno restituito, anche a chi fino a quel punto aveva evidentemente rimosso la questione, tutta la drammaticità di quanto andava, e forse sta ancora, accadendo in Iraq. Condivido alla lettera l'articolo che Godard ha scritto su queste stesse colonne qualche giorno fa: e sono altresì convinto che ora bisogna entrare in una fase diversa in cui la stessa questione della salvaguardia, per quanto ancora possibile, di questo straordinario patrimonio venga inserito nel più generale problema del dopoguerra. Per dirla con chiarezza penso che la stessa questione della salvaguardia nonché quella altrettanto importante sulla ricostruzione urbanistica ed architettonica del paese, per non restare delle mere affermazioni di principio, vanno riportate dentro la discussione politica che si è aperta sul ruolo che gli americani e gli altri partners, compresi noi italiani, dobbiamo avere dentro la ricostruzione. Se l'Iraq si avvia ad essere un paese occupato e colonizzato o se, come ci auguriamo si avvia ad essere un grande paese finalmente restituito alla democrazia dipenderà anche, e non in misura modesta, dai modelli culturali che verranno assunti e quindi dal modo in cui ogni partner si assegnerà un ruolo nella fase post-bellica. Se infatti i modelli insediativi che si andranno a promuovere saranno un aspetto di quella sorta di americanizzazione che sembra colpire tutti i paesi che cadono sotto il controllo politico americano sarà difficile negare che si è scelta la strada sbagliata. Se invece si farà un lavoro attento al rispetto della cultura locale, se si riannoderanno i fili della storia dell'oggi con quella di una straordinaria terra nascosta alla storia da un'assurda dittatura, si potrà parlare di rinascita di una nazione, finalmente democratica. D'altra parte l'adozione di modelli culturali imposti dal vincitore per nascondere se non distruggere la cultura locale ed affermare l'immagine dell'impero è storia vecchia che noi italiani conosciamo bene.Man mano che, in pieni anni '30, avanzava la nostra irresistibile, si fa per dire, presa di possesso delle terre africane, subito veniva spedito nei vari paesi sottomessi il nostro architetto Brasini chiamato a fare in pochi mesi piani regolatori e progetti urbani, come quello per il lungomare di Tripoli, per affermare ed imporre il segno, si pensava indelebile, dell'impero. Il risultato, in termini non solo di immagine, era certamente significativo: ancora oggi il vero carattere di queste città e quindi la loro apparente identità passa per le vicende politiche del loro assurdo rapporto con l'Italia. Ma questa non è stata certo una prerogativa solo italiana e solo di quegli anni. Negli ultimi decenni intere civiltà architettoniche sono scomparse per questa forma di asservimento alla politica: basti pensare al Giappone o alla stessa Russia, dove lo sforzo maggiore sembra essere quello di raggiungere, ed al più presto, una sostanziale omologazione con i modelli americani. Tutto questo è ben chiaro a molte espressioni della cultura di quella regione: così come sono evidenti i pericoli opposti, di chi tende a chiudere il paese a qualsiasi innovazione. Proprio l'altro giorno il Foglio riportava una dichiarazione di Komeini nella quale si paventava una forma di inquinamento dei valori occidentali, la gharbzadeghi. Credo che, anche per la considerazione di cui gode, e non da oggi, l'architettura italiana (certamente più per la sua impostazione teorica che per i risultati materiali sulle nostre città) andrebbe esaminata con attenzione l'ipotesi di caratterizzare la nostra partecipazione alla ricostruzione irachena soprattutto con il contributo che possono dare le nostre forze culturali. L'Italia potrebbe così dare un autentico contributo per una ricostruzione che sostenga l'ipotesi di un paese autonomo e democratico anche attraverso l'adozione di modelli culturali che nascono dalla storia della regione e dalla necessaria contestualizzazione con la storia dell'oggi. Non bisognerà imporre modelli per noi scontati ma pensare a sistemi urbani insediativi, a soluzioni tipologiche che nascono dalla storia, come i colori le forme ed in parte gli stessi materiali. E questo può essere un compito politicamente importante oggi per gli iracheni e scientificamente significativo per la nostra cultura. Si potrebbe far nascere dalle macerie della guerra una grande occasione di costruzione democratica e di avvio di un laboratorio internazionale sugli studi urbani con il compito di riflettere sul tema centrale della nostra stagione architettonica che è quello del rapporto equilibrato fra storia e modernità, fra caratteri specifici e caratteri generalizzabili, fra regionalismo ed internazionalismo.