La Repubblica Cronaca Napoli, 21 novembre 2005 Gli effetti del piano urbanistico e il nuovo disegno del territorio. Scompare la periferia rurale Chiudono le industrie e le botteghe del centro. Le attività produttive vanno nell'hinterland La spaccatura sociale crea ghetti ed enclave benestanti DANIELA D'ANTONIO IN OTTANTA secondi si sono rotti i limiti. Napoli è diventata metropoli, sotto l'innaturale spinta dell'emergenza. E la famiglia Sanzone, padre, madre e tre bambini, ha guadagnato lo status degli occupanti abusivi. Tra due giorni saranno venticinque anni. E, per una lungimiranza rara da queste parti, quando Napoli si svegliò città terremotata scoprì che nei cassetti di Palazzo San Giacomo c'era il piano per le periferie. Non si cedette alle pressioni di certa politica e delle forze produttive che volevano costruire subito e dovunque. Si decise di percorrere la strada tracciata da quel documento urbanistico. Il piano dei 13.500 alloggi per la riqualificazione dei casali fino a 2,8 abitanti per vano, uno dei più alti del mondo diventò il piano delle 20 mila case. La ricostruzione napoletana. In prima fila, quelli che per qualche anno furono chiamati i "guaglioni del commissariato" giovani architetti radunati da un brillante e ancora poco smaliziato assessore all'Urbanistica, Giulio Di Donato che negli anni futuri avrebbero continuato a disegnare la città. «Quel piano spiega Daniela Lepore, urbanistasalvò la città da un altro sacco urbanistico. Il problema fu semmai la realizzazione, il meccanismo dei concessionari, ma l'idea di indirizzo era sana, si puntava a risanare i centri storici dei casali, erano quelle le nostre periferie, vere e proprie aree rurali, creando case parcheggio per chi ci viveva». Un progetto che oggi si direbbe frutto di una urbanistica partecipata, anche se poi nella realtàha partorito strutture non sempre gestibili e talvolta realizzate, o forse solo interpretate da chi le riceveva, con lo spirito del "regalo". «Intorno a quei disegni c'era un gran consenso popolare dice Francesco Ceci, sociologo erano stati realizzati d'accordo con i comitati dei cittadini e insieme con le circoscrizioni». Per realizzare quel progetto, però, bisognava aspettare qualche anno. «Avrebbero costruito i nuovi alloggi, certo, e noi ne avevamo diritto. Ma non potevamo aspettare ricorda Giovanna Sanzone, 63 anni Amedeo e Massimiliano, 12 e 11 anni, erano impauriti. Tra le rovine del grattacielo di via Stadera, accanto al palazzo in cui vivevamo, era stato ritrovato il corpo senza vita di un loro amichetto. Daniele aveva due anni appena e per fortuna non ricorda. La circoscrizione ci aveva assegnato una tenda. Abbiamo resistito tre giorni. All'alba del quarto li ho coperti bene e ho occupato l'autobus numero 107. È stata la nostra casa per altre settantadue ore. Poi qualcuno ci disse che a Secondigliano c'erano molti appartamenti vuoti. Era la notte del 28 novembre e noi diventammo occupanti abusivi di tre stanze senza acqua e senza luce al dodicesimo piano. Un mese più tardi, era Natale, gli operai che ancora lavoravano per finire il palazzo ci regalarono l'elettricità. L'acqua no, c'era solo a piano terra e io facevo su e giù le scale, con Daniele in braccio, per andare a lavare i piatti. Poche settimane più tardi, una ragazza che aveva paura a vivere in quelle condizioni, mi disse che sarebbe andata via. Ci trasferimmo all'ottavo piano. Era più comodo». Stava cominciando quella crescita della città che avrebbe mangiato i pezzi ai campagna che ancora la separavano dai comuni della provincia. «Secondigliano, l'area intorno alla 167, era popolata dal ceto medio basso, gente che lavorava ma anche disoccupatispiega ancora la Lepore e nel gran calderone delle occupazioni c'era un po' di tutto. Furono occupate anche le Vele, nacquero categorie nuove come gli scantinatisti». Crescevano, poi, San Giovanni, Barra e Ponticelli. Si espandevano Chiaiano, Miano e tutta la zona Nord. Ogni quartiere in modo diverso, però. L'area che visse una vera esplosione demografica e sociale fu quella intorno alla 167 di Secondigliano. La famiglia Sanzo-ne è ancora lì. Una casa resa bella dalla dignità. Giovanna e il marito hanno sudato per accompagnare i figli verso il futuro: Amedeo ha una laurea in filosofia e un diploma all'Accademia di Belle arti ma lavora in un ipermercato; Massimiliano è infermiere professionale e ha tre figli che a scuola prendono solo "ottimo". Daniele, il bambino che non ricorda niente di quei giorni, è a un passo dalla laurea in filosofia e canta nel gruppo 'A67, band dal futuro assicurato. «Crescere in un posto senza identità ha favorito l'integrazioneracconta il giovane cantautore sentire il pregiudizio di chi viveva altrove ha scatenato un sentimento di appartenza». Era avvelenata dalla cattiva politica, invece, l'idea delle deportazioni: «Napoli città, in realtà, dal punto di vista urbanistico è cambiata poco spiega ancora Daniela Lepore e nelle stesse periferie c'è stato un movimento che potremmo definire interno. In fin dei conti furono poche migliaia le famiglie che si trasferirono negli insediamenti della legge 219 dell'hinterland, arrivavano quei "fetenti dei napoletani", questa era la reazione dei paesi che li accoglievano. Ma è diffìcile, se non impossibile, dire oggi se il terremoto abbia inciso su uno sviluppo malato delle periferie. Di sicuro l'enorme e spesso inutile investimento sulle infrastrutture, le decine di assi viari che non portano da nessuna parte, hanno cambiato la faccia del territorio spingendo verso l'esterno le forze produttive, uno sbilanciamento a danno della città». Spiega l'economista Adriano Giannola: «Contestualmente c'è stata, sempre in quegli anni, la deindustrializzazione della zona orientale e il conseguente crollo di strutture sociali forti. Sono andati in fumo migliaia di posti di lavoro. Quartieri del centro, come San Lorenzo, hanno perso la piccola economia dell'artigianato. Napoli, in quegli anni, ha cancellato quel tessuto produttivo che non avrebbe mai più recuperato. Stava diventando una metropoli senza avere una classe politica e dirigente capace di gestirla». Interpretazioni che raccontano quali sono stati, veramente, gli effetti del terremoto dal punto di vista urbanistico, sociale ed economico. Francesco Ceci rappresenta questo scenario spalmandolo su tredici anni: «La data di inizio è il sisma dell'80 e quella di fine la chiusura dell'Italsider nel '93. Due eventi simbolo. In mezzo c'è un periodo in cui a Napoli, come ha spesso detto Isaia Sales, c'è stata una rottura tra popolo e ceti alti. Si è persa quell'eredità ottocentesca di mescolanza sociale che oggi sta producendo ghetti benestanti contrapposti a ghetti in vivibili. Le periferie malate non sono il frutto del terremoto. Ma, forse, l'insofferenza del Vomero davanti ai ragazzi-ni di Scampìa sì, è il risultato di una politica inutile e dispendiosa che si basa solo sulla chiusura e nega una verità: i quartieri periferici sono affollati da giovani, è lì che si fanno figli. Sicuri che questa non sia una risorsa?».
Fonte non specificata
21 Novembre 2005
Napoli.Addio città, nasce la megalopoli
DA
Daniela D'Antonio
Fonte non specificata
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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