Vecchio principe del diritto amministrativo, ex ministro delle Finanze, dell'Industria e delle Partecipazioni Statali, Giuseppe Guarino, doppiato il capo degli ottant'anni, ha colorito icasticamente il suo lessico giuridico-accademico. Presi in mano seriamente i conti dello Stato alla fine del lustro berlusconiano, ne ha ricavato che l'Italia ha un preavviso -citiamo testualmente - di "bancarotta", il "default" è ormai prospettiva realistica, per cui occorre operare non a parole ma con i fatti "quam celerrime", perché "il nemico è alle porte", con un rapporto debito - Pil che a fine 2005, invece di scendere, supererà quello del 2004 di quasi due punti. Per cui, se vogliamo salvarci, "bisogna spegnere l'incendio prima che si diffonda"? Ma come? In uno studio ih cui si è avvalso della collaborazione di Eduardo Reviglio e Livia Russo e che è sul tavolo di Tremonti e su quello di Prodi, il professore premette che "bisognerebbe disporre subito di almeno 630 miliardi di euro", cifra quasi impossibile, che ci è persino difficile tradurre in ex lire. Certo, con metodi autoritari sarebbe possibile raggranellarne una parte, stangando i contribuenti, i consumatori, i lavoratori dipendenti, le imprese. Ma i conflitti sociali sarebbero terribili e gli esiti per la democrazia incerti. Allora non resta che ricorrere ai "mezzi del diritto privato". Su queste premesse è costruita una "exit strategy" dal debito che consentirebbe allo Stato di incassare non i 630 miliardi che occorrerebbero, ma almeno 430 miliardi, che farebbero scendere d'un colpo dal 106,6 al 70 il rapporto debito-Pil e allontanando la prospettiva del "default". La via obbligata è monetizzare tutti i beni monetizzabili dello Stato: partecipazioni quotate, partecipazioni non quotate, crediti fiscali e di altra natura, beni immobili impiegati dallo Stato per pubblica utilità, beni immobili di interesse storico e artistico, ex case Iacp e quant'altro. L'operazione è complessa, perché attualmente molti di questi beni sono sottratti al commercio e si tratta di far acquisire loro un valore di mercato fornendoli di un reddito, cominciando dall'abrogazione del vincolo dell'inalienabilità. Per fare un esempio, prendiamo il Quirinale. Trasferita la proprietà, lo Stato lo prende in affitto con contratto di lunga scadenza e un canone di locazione pari al 3 rivalutabile, con la possibilità dello Stato di chiederne il riscatto al termine del contratto. Tutto il ben di dio censito dal professor Guarino, pari a due volte e mezzo quello di tutte le banche italiane messe insieme, viene conferito a una Spa di cui lo Stato detiene inizialmente tutte le azioni, con un capitale, per l'appunto, di 430 miliardi, da quotare nelle principali borse internazionali. Non è un fondo né immobiliare, né misto. E' un'impresa con lo scopo di gestire il patrimonio per ricavarne un utile. Dispone di un reddito iniziale di 6 miliardi e 500 milioni di euro, di cui 2 quale ricavo dei dividendi delle partecipazioni e 4,5 per dividendi corrisposti dallo Stato. E' indifferente che il controllo del la società rimanga in mani nazionali, venga acquistato all'estero o che la partecipazione sia frazionata secondo il modello della "public company". Il bello è, nella mente da amministrativista di Guarino, che questa soluzione non richiede sacrifici, non richiede nuove tasse, non richiede tagli delle spese, né la revoca di incentivi o investimenti già programmati. Con l'eliminazione del rapporto debito-Pil potrebbe invece restituire 59 miliardi di euro all'anno, utilizzabili per il rilancio dell'economia. E' vero che la commerciabilità dei beni viene costruita artificialmente e che nessuno può sapere come i mercati accoglierebbero la cosa. Ma - si giustifica l 'autore - "purtroppo non c'è altro". E deve essere proprio vero, se il progetto di Guarino è stato preso molto sul serio sia al ministero dell'Economia che nello stato maggiore prodiano al lavoro sul programma dell'Unione. Un sogno o un incubo ?