Ogni giorno, nel Belpaese, qualcuno incamera un pezzo d'archeologia, una moneta, una porzione di una statuetta, uno strumento metallico, lo nasconde senza avvertire chi dovrebbe oppure lo smercia e così lacera una pagina della nostra storia antica. Taranto, ad esempio, è una delle più attive zone di smistamento dei tombaroli. La spoliazione del patrimonio archeologico è una delle piaghe d'Italia più misteriose: «Avere un'idea di quanti, privati, detengano attualmente dei reperti è impossibile» confessa il direttore generale per i Beni archeologici del ministero peri Beni e le attività culturali Giuseppe Proietti. Per arginare questa ferita aperta il ministro Giuliano Urbani ha presentato un disegno di legge dove chi ha illegalmente un reperto archeologico (che dal 1909 appartiene automaticamente allo Stato, per cui va sempre denunciato) può regolarizzarsi: si autodenuncia, dichiara di non aver ricevuto il pezzo da un tombarolo, il reperto diventa di proprietà dell'amministrazione pubblica che lo cataloga e può lasciarlo in custodia temporanea presso il privato cittadino stesso. Chi si denuncia non incorre in sanzioni, non è insomma punibile. Se non si denuncia commette (com'è oggi) reato. Sanzioni più rigide sono invece previste per chi danneggia le opere d'arte, le falsifica, le ruba, le trasferisce illecitamente all'estero. Ieri il consiglio dei ministri doveva approvare il provvedimento perché poi passasse in aula. Sennonché il cofirmatario del disegno di legge, il ministro della Giustizia Roberto Castelli, non s'è fatto vedere, così è stato tutto rinviato al prossimo consiglio dei ministri o a un altro successivo in quanto il testo non ha l'etichetta di «urgentissimo». L'idea originaria risale al tempo in cui a capo dei beni culturali c'era Wa1terVeltroni. Dal ministero assicurano di aver ripreso molto da lì, puntualizzano che non si tratta di una «sanatoria» perché il privato non si mette in regola pagando una multa. Lancia però l'allarme Alfonso Pecoraro Scanio, presidente dei Verdi: «Si tratta di un vero e proprio condono ai cosiddetti tombaroli che il governo deve ritirare. Questo condono della vergogna la dice lunga su quali siano le vere intenzioni dello Stato. Sarà forse vero - chiede il parlamentare - aprendo una prospettiva inedita e inquietante - che Castelli e Urbani vogliono sciogliere il nucleo dei carabinieri che tutelano i beni culturali?». Ribatte Urbani: «L'iniziativa legislativa allo studio ha come scopo primario quello di consentire l'emersione di una porzione rilevante del patrimonio culturale ancora ignoto allo Stato e risponde a una esigenza fortemente avvertita anche dai precedenti governi di centrosinistra». Approva il generale Roberto Conforti, ex comandante del nucleo ora in pensione. E a proposito delle sorti dell'Arma il ministro si affretta a proclamare: «Il governo «è impegnato a potenziarne l'attività». Salvo modifiche successive, uno degli snodi chiave della proposta di legge è elevare direttamente a rango di delitto (e non più come aggravante), ossia a livello penale, il reato contro il bene culturale. Sui reperti archeologici nessuno però ha un'idea ragionevolmente fondata su quanto potrà portare allo Stato. «L'obiettivo è porre rimedio a un fenomeno sociale, è diffuso il costume di tenere in casa il vasetto anche da parte di chi non è collezionista e non ne fa commercio», osserva ancora Proietti. Senza contare i furti: dal '70 al 2000, dati Eurispes, sono stati recuperati 353.421 reperti provenienti da scavi clandestini. Nel solo 2002 la Finanza ne ha recuperati 15.139. Numeri che sono, come si suol dire, la punta dell'iceberg. A identificare luci e ombre del provvedimento è Vittorio Emiliani, presidente del Comitato per la bellezza, già membro del consiglio nazionale dei Beni culturali: «Di per sé è una sanatoria e quindi lascia perplessi. Qui si fa un'autocertificazione ma come si risale all'origine sospetta di un reperto? Certo - puntualtzza - contiene aspetti positivi. Ma il nodo vero sarebbe rendere del tutto trasparente il mercato degli antiquari».