Dopo le vetrate e i catering, il nuovo assetto dipende anche dall'acquisizione di tutto Palazzo Barberini Rappresenta la storia d'Italia dal 500 a Mussolini SONO anni che si discute su cosa fare di Palazzo Venezia. Le funzioni culturali e amministrative che vi hanno sede sono aumentate col tempo e si contendono ormai gli spazi disponibili. Come se non bastasse intervengono nuove esigenze, più allettanti, connesse con la possibilità di determinare introiti perle prosciugate casse delle istituzioni culturali. Mi riferisco all'uso di impiegare, locali di pregio artistico di interesse storico per attività private, generalmente banchetti, feste aziendali e cosiddetti «eventi». A condizione che siano rispettate l'integrità e la dignità dei luoghi tutto ciò si può svolgere, infatti, a pagamento negli edifici monumentali e nei musei da quando, sono ormai undici anni, un'insidiosa legge (detta «Ronchey» dal nome del ministro che la promosse) ha aperto la possibilità di mettere a frutto i beni culturali. Naturalmente la colpa non è tutta della legge ma anche della nostra abilità nel rendere perversa la più innocente delle intenzioni. I guai, tuttavia, derivano soprattutto dall'errore di non voler riconoscere il valore economico, sé è questo che si cerca, insito anche nelle funzioni più nobili del patrimonio culturale, ma di volerlo individuare solamente in quelle attività che lo sviliscono e lo consumano. La chiusura della loggia quattrocentesca sovrastante il porticato interno di Palazzo Venezia, ad esempio, viene a mortificare quella parte dell'edificio che, con Italo Insolera, possiamo considerare la più genuina e interessante, non avendo subito finora alcuna alterazione. E' così avvenuto che il cedimento alle lusinghe del mercato pone il ministero per i Beni Culturali nella più scomoda delle posizioni nei confronti dei militari. Come può essere sostenibile, a questo punto, la rivendicazione di liberare Palazzo Barberini dalle attività conviviali e di rappresentanza del Circolo ufficiali delle Forze Armate? Tale uso, giudicato incongruo per la dignità dell'edificio monumentale, non appare certamente meno idoneo di quello che da qualche tempo si è cominciato a fare di Palazzo Venezia e di Castel S. Angelo. Il Circolo ufficiali occupa Palazzo Barberini dal 1937 allora ancora di proprietà privata. Fu inaugurato con gran risalto il 9 maggio di quell'anno, in occasione del primo anniversario della fondazione dell'impero. Il Circolo non si poteva certo adattare a trovare sede in un edificio di carattere borghese: solamente il fasto di una residenza principesca si addiceva alla retorica vanità del tempo. Nel 1949 il palazzo fu tuttavia acquistato dallo Stato, e attribuito al ministero della Pubblica Istruzione (che allora comprendeva anche la competenza sui Beni Culturali) per l'ovvia sua integrale destinazione alle funzioni di museo. Tuttavia questo intento mai si avverò per la resistenza opposta dai militari i quali tuttora, con il controllo di una struttura fondamentale quale è il Palazzo Barberini, impediscono alla città di Roma di ottenere un nuovo assetto dell'intero settore del patrimonio artistico e delle istituzioni culturali. Sembra incredibile, ma è così. Per i musei d'arte medievale e moderna dello Stato non si è mai tentato seriamente di raggiungere in questa città un razionale e adeguato ordinamento, quale si è invece potuto realizzare per i musei di antichità con il sistema del Museo Nazionale romano. Né sarà facile riuscirvi senza la piena disponibilità di Palazzo Barberini, l'unica sede adatta ad ospitare un museo rappresentativo dell'arte dal tardo Medio Evo al Settecento, il quale si possa affiancare agli altri grandi musei romani. L'acquisizione di Palazzo Barberini, un migliore impiego degli spazi di Castel S. Angelo, e la destinazione di Palazzo Nardini agli uffici delle soprintendenze ai beni artistici e del polo museale, sono tutte opportunità che potrebbero consentire di restituire a Palazzo Venezia la funzione più corretta, riconoscendovi quello che Mario Manieri Elia non si stanca di definire «il valore d'uso storico». Il «Palazzo di Venezia» è un monumento rappresentativo della storia d'Italia dal Rinascimento all'età contemporanea. Negli anni compresi tra il 1929 e il 1943, quando fu tenuto da Mussolini, ha svolto il ruolo di scenario della politica italiana al cospetto del mondo. Appare quindi del tutto insipiente l'attuale rimozione di questo suo aspetto: le sale del Mappamondo, delle Fatiche d'Ercole, e del Gran Consigliò del Fascismo sono oggetto di curiosità da parte di un pubblico internazionale, e dovrebbero restare permanentemente disponibili, con i loro arredi ancora recuperabili, per i visitatori e gli studiosi. Il riconoscimento dell'interesse storico di Palazzo Venezia come suo valore preminente, e l'alleggerimento delle funzioni amministrative che vi si svolgono a vantaggio di quelle più squisitamente culturali, potrebbero inoltre restituire splendore alla bella e importante Biblioteca dell'Istituto di archeologia e storia dell'arte, la più grande biblioteca italiana di questa materia, ora svilita e smembrata tra più sedi, e spesso anche minacciata di estromissione dalla sua legittima sede.