Un «contributo provocatorio»: insomma, una battuta (lunga cinque cartelle fitte) tanto per animare un po' l'atmosfera in Consiglio dei Ministri, scandalizzare i «puristi» presenti e magari farsi, alle loro spalle, due risate. Cominciamo da qui, cioè dalla fine, per raccontare l'ennesimo - tutt'altro che comico, in realtà macabro - pasticcio, che va in scena in tema Beni culturali. Via Ansa, alle 17,20 di ieri, il portavoce del ministero di via del Collegio Romano, Walter Guarracino, ridimensiona una notizia riportata al mattino dalla Repubblica in un commento firmato da Salvatore Settis: il documento in materia di patrimonio storico- artistico, cui Settis si riferisce e che, nel suo articolo, chiosa con la penna rossa, non esprime, come il direttore della Normale di Pisa scrive, un parere di governo, ma è solo, appunto, «un contributo, per certi versi provocatorio, proveniente da un alto funzionario della presidenza del consiglio e destinato a una discussione interna». Né Letta, cui Settis attribuisce il documento, né il ministro Buttiglione, sarebbero in realtà favorevoli «a qualsiasi progetto di radicale privatizzazione dei beni culturali e di loro uso a fini meramente economici». Ma in cosa consiste l'ilare «provocazione» dell'alto funzionario protetto dalla neutralità del ruolo e dall'anonimato? Cinque cartelle, appunto, sull'articolo 115 del Codice Urbani (diffuse nel pomeriggio dal benemerito sito www.patrimoniosos.it, che da quattro anni combatte contro la disinformazione elargita dal ministero). Entro due anni dalla sua entrata in vigore, infatti, recita la legge delega 1372002, il Codice, la cui efficacia nel frattempo sarà stata sperimentata, può essere modificato. Nelle settimane scorse il Ministero fa sapere che sta lavorando a un decreto legislativo, a questo fine, che sarà approvato entro il primo maggio 2006. E all'ordine del giorno del Consiglio dei Ministri di giovedì 10 c'è, tra l'altro, l'esame preliminare del decreto, poi rinviato. Ora, del decreto - così come circola da giorni nelle stanze del ministero - non si parla; in compenso, però, circola il documento steso dall' «alto funzionario», che, e siamo alla follia, critica il decreto stesso, considerandolo, appunto, roba da «puristi»: anime belle, cioè, che pensano che il tesoro del Bel Paese vada in primis tutelato (come recita l'articolo 9 della Costituzione), mentre, con quel che costa, meglio darlo via, no? Vediamo in dettaglio cosa dice il testo. L'articolo 115 del Codice parla del contributo dei privati nella gestione dei nostri beni. Nel decreto in preparazione esso verrebbe modificato in peggio: indebolendo il ruolo del ministero e lasciando maggiore libertà di azione ai privati. Varrà la pena ricordare che, quando venne approvato, il Codice fu già criticato per il suo «mercantilismo »: perché incorporava la micidiale norma sul silenzio-assenso - in materia di alienabilità dei beni - introdotta con la Finanziaria 2004 e perché azzerava la legge Galasso sui piani paesistici regionali. Il decreto, anziché metter mano a queste falle, sembra che le allarghi. Pure, l'«alto funzionario» senza nome trova che esso sia ispirato a una filosofia da «puristi»: da buttar via. «Da lunghi anni è in corso un dibattito incentrato sul tema della "produttività" del bene culturale di proprietà pubblica che vede schierati, sostanzialmente, due partiti: i puristi e gli aziendalisti» scrive. E continua: «I primi ritengono che lo sfruttamento del bene culturale sia impossibile perché in contrasto con le finalità stesse della tutela (rinvenimento, conservazione fisica, fruizione), taluni tra loro ritengono addirittura ontologicamente contraddittorio il concetto stesso di redditività economica con la culturalità (sic!) del bene, quasi un degradare immorale della cultura a fattore di guadagno». Il mister X di Palazzo Chigi scrive, come si vede, coi piedi, però dice la sua: «Tale modo di pensare sembra piuttosto condizionato da un errore di prospettiva» prosegue. «In effetti, il bene culturale è stato principalmente inteso come un oggetto prezioso, pervenutoci in eredità e che come eredità va tramandato alle generazioni future, se possibile valorizzato ed arricchito, ma almeno intatto». E «la stessa Amministrazione» «ne diviene gelosa, ma al contempo "cela i talenti sotto il mattone"». «Talvolta si evince una sorta di orrore alla sola idea che un museo o un sito archeologico possano essere utilizzati per "fare soldi"». Da qui in poi, consigli per bypassare l'articolo 9 della Costituzione e per vendere tutto il po' po' di roba che la Storia ci ha tramandato e che non rende... Ora, fioccano le interrogazioni parlamentari: i primi Giovanna Grignaffini (Ds), Ermete Realacci (Margherita-Legambiente) e Gabriella Pistone (Comunisti italiani). Noi notiamo che Buttiglione, che finora aveva giocato una carta in più rispetto al suo predecessore - l'inesistenza, sempre meglio delle esternazioni da capogiro di Urbani - ha compiuto un doppio passo avanti nella perdita di credibilità del suo dicastero: ha taciuto, ma ha lasciato parlare chi mette in farsa la ragione sociale del suo ministero.
Il governo apre la caccia al tesoro (del Belpaese)
Il portavoce del ministero dei Beni culturali, Walter Guarracino, ha ridimensionato una notizia sulla Repubblica secondo cui un alto funzionario della presidenza del Consiglio avrebbe espresso un parere di governo in materia di patrimonio storico-artistico. Il documento in questione, firmato da un alto funzionario, critica il decreto legislativo in preparazione che potrebbe indebolire il ruolo del ministero e lasciare maggiore libertà di azione ai privati. L'alto funzionario sostiene che il decreto sia ispirato a una filosofia da puristi, che vuole "buttar via" i beni culturali.
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