E sulle spoglie del Maestro, la disfida giudiziaria. Una causa tentacolare si dipana da armi tra Italia, Francia e Stati Uniti e finora ha fatto la gioia di diverse decine di avvocati. In ballo, per dirla sinteticamente, c'è buona parte delle creazioni di Burri, valore stimato in oltre seicento milioni di euro. Le opere sono in stragrande maggioranza depositate alla Fondazione Burri (visibili in due grandi musei che sono il vanto, assieme ai tartufi, di Città di Castello), ma poi c'è anche un pezzetto della collezione che ne è rimasta fuori: apparteneva alla vedova di Burri, Minsa Craig, e ora è a casa di suo fratello Cedi. E come ogni Dinasty che si rispetti, anche quella dell'eredità Burri è una guerra senza risparmio. Finora, però, volge a favore della Fondazione. L'ultimissimo atto, di quest'estate, è stata una sentenza del tribunale civile di Perugia che ha rigettato una richiesta di sequestro avanzata da Cecil Craig, rispettabile signore ottantacinquenne di Los Angeles che si ritiene, in quanto cognato del Maestro, legittimo erede del tesoro. Lungo e complicato è l'iter della causa. Basti dire che Burri, artista di proverbiale pessimismo sulla natura umana, pensava di aver fatto le cose per benino. La prima donazione la fece negli anni Settanta. Poi, ai primi Anni Novanta, preparò un secondo immenso museo comprando a sue spese alcuni capannoni a Città di Castello, li ristrutturò, li riempì di sue opere, e quindi donò il tutto alla cittadinanza attraverso lo strumento di una Fondazione. Redasse il catalogo generale delle opere per evitare la proliferazione di falsi. In ultimo, stabilì per testamento che anche il resto della collezione andasse alla Fondazione. «Ricordo ancora le nostre conversazioni all'epoca della prima donazione - rievoca l'ex sindaco, Venanzio Nocchi - che non erano facili. Lui fascistissimo, io comunista. Tra noi, però, c'era un grande rispetto e la lezione di Argan». E invece, nonostante tutto fosse già predisposto, proliferano le cause. La moglie, grande ballerina, inizialmente assecondò la volontà del marito. In ultimo, però, entrata in rotta con la Fondazione, fece causa per riprendersi le opere. Morta lei nel dicembre di due anni fa, ora sono il fratello e un cugino della signora che dagli Usa portano avanti le cause. E' questione di centinaia di milioni di euro. Ma anche di un immenso patrimonio artistico che è gestito dalla Fondazione (secondo una denuncia della vedova nel 1999, nei caveau c'erano 803 opere) e alimenta le mostre temporanee come quella che si va a inaugurare a Roma. Opere che, ove vincessero gli eredi americani, volerebbero in blocco al di là dell'Atlantico. Significativa è la vicenda di 37 quadri che si trovavano nella villa in Provenza del Maestro e che sono prontamente spariti. La Fondazione ha fatto una denuncia sia alla magistratura italiana che a quella francese. Racconta l'avvocato Italo Tomassoni: «Da quanto sappiamo, le opere sono passate per un'agenzia di spedizioni di Marsiglia e poi finite in America. Nulla è finito sul mercato, però». Replica il legale che assiste i Craig, Stefano Di Fiore: «Nessun mistero. I legittimi eredi hanno portato le opere negli Stati Uniti previa regolare notifica allo Stato francese dopo che un notaio le aveva inventariate. Una di quelle opere, peraltro, è stata donata al Centro Pompidou di Parigi. Quanto alle vendite, ci risulta piuttosto che qualche opera di quelle trasferite alla Fondazione attraverso l'eredità contestata sia finita sul mercato. L'alienazione è possibile grazie a un codicillo dello statuto della Fondazione che fu appunto uno dei motivi di dissidio tra i dirigenti e la signora».