ROMA La Corte costituzionale boccia il decreto con cui il governo nel 2004 ha imposto alle Regioni e agli enti locali tagli per 1-1,5 miliardi in consulenze esterne, spese di missione all'estero e rappresentanza, relazioni pubbliche, convegni e acquisto di beni e servizi. Secondo la sentenza della Consulta, che ha fatto seguito a un ricorso di quattro Regioni (Toscana, Campania, Valle d'Aosta e Marche), il legislatore può «legittimamente imporre agli enti autonomi vincoli alle politiche di bilancio», cioè fissare un tetto alla spesa, ma senza entrare nel dettaglio con «vincoli puntuali relativi a singole voci di uscita». Il verdetto, definito «discutibile» dal ministro per il Commercio con l'Estero Adolfo Urso, non ha effetti contabili sul bilancio del 2004. Ma secondo il presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani rende necessario «rivedere la Finanziaria 2006 che nell'articolo 3 ricalca esattamente l'impostazione del decreto bocciato». Una tesi che il ministro dell'Economia Giulio Tremonti respinge in quanto la manovra «resta solida e non variata». Rimane la bocciatura espressa in termini inequivocabili: la Corte costituzionale sottolinea che i vincoli stabiliti dal governo nel «taglia-spese» costituiscono «una inammissibile ingerenza nell'autonomia degli enti quanto alla gestione della spesa». A questo si riferisce il leader dell'Unione Romano Prodi quando commenta: «È una sentenza di un'importanza enorme, perché stabilisce come il grado di autonomia degli enti locali non possa essere violato oltre un certo punto. Quindi anche per la Finanziaria di quest'anno pone nuovi limiti». Ma per il ministro delle Politiche agricole Gianni Alemanno la decisione della Consulta alla fine «non incide» sul patto di stabilità e sui tagli complessivi ai trasferimenti: «Decidano le Regioni e gli enti locali che cosa tagliare, se gli sprechi o i servizi». Più politica la lettura del segretario dei Ds Piero Fassino: «Alla vigilia dell'approvazione della devolution, che il centrodestra magnifica come esempio di decentramento regionale, la Corte costituzionale dice che in questi anni si è fatta una politica che ha mortificato le autonomie ed è incostituzionale». Non è d'accordo il ministro leghista delle Riforme Roberto Calderoli, secondo cui la sentenza semmai «è l'ennesima prova della necessità che la soluzione sia politica, attraverso le riforme, e quindi anche il federalismo fiscale». I rappresentanti degli enti locali non ci stanno. Se la manovra 2006 non sarà corretta, minaccia il presidente della Toscana Claudio Martini, «potremmo pensare di superare i limiti di spesa settoriali, ad esempio quelli per il personale. Non sarebbe disobbedienza ma autotutela». Punta a riprendere il dialogo Errani: «Aspettiamo ancora una risposta di Berlusconi sul fondo sociale». Raccoglie l'invito il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa, che propone «un patto istituzionale tra Stato, Regioni ed Enti locali» che «vada oltre le maggioranze». L'idea piace al sindaco di Roma Walter Veltroni, secondo cui il patto servirà a «far riprendere slancio alle sedi della concertazione istituzionale e a varare una vera riforma strutturale della finanza locale». Le tappe della vicenda IL DECRETO Nel luglio 2004 è stato approvato un decreto legge sul contenimento della spesa pubblica (approvato con voto di fiducia nella parte in cui vengono fissati per Regioni ed enti locali tagli alle spese per consulenze esterne, spese di missione all'estero, rappresentanza, relazioni pubbliche e convegni e spese per l'acquisto di beni e servizi) IL RICORSO A sollevare questione di legittimità di numerosi punti della manovra sono state le Regioni Toscana Campania, Valle d'Aosta e Marche LA SENTENZA La Corte costituzionale ha accolto parzialmente i ricorsi bocciando l'art. 1, commi 9,10 e 11, del ddl «nella parte in cui si riferisce alle Regioni e agli enti locali», perché si tratta di vincoli che «non costituiscono principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, ma competono una inammissibile ingerenza nell'autonomia degli enti quanto alla gestione della spesa»