ROMA Le riforme che il ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani, ha in animo perseguono soprattutto un obiettivo: passare da una fase concentrata sulla conservazione dei monumenti a un'altra dedicata alla valorizzazione. Perché, secondo i calcoli del ministro, la valorizzazione attiva risorse che immancabilmente hanno ricadute sull'altro versante. Più privato nei musei, come voleva la penultima Finanziaria? Sì, II regolamento attuativo dell'articolo 33 prevede novità proprio sul versante della promozione e della valorizzazione dei beni. Consente di bandire gare europee per gestire i monumenti. Tutto il monumento o una parte? L'intero museo o sito archeologico. Ma intendiamo ci: il regolamento contiene le regole per indire le gare. Chi predispone il bando è, però, il soprintendente. È lui che decide i margini di intervento del gestore. Tante condizioni di gestione quanti sono i soprintendenti? Quanti sono i musei. Non possiamo considerare la gestione del museo delle armi come quella di un sito archeologico o della raccolta di strumenti musicali. Sarà il soprintende a decidere se affidare l'intero bene ai privati: pulizia, personale, biglietteria, orari di apertura? Certo. Poi nella pratica succederà che il soprintendente dirà ai privati interessati: "fatemi una proposta e vediamo come valorizzare il museo". Lo scopo della gestione rimane quello di promuovere i beni culturali. Qualcuno obietta: ma i privati che ci guadagnano? Io non voglio i privati che abbia no unicamente quell'obiettivo. Voglio quelli che investono. Un ricavo devono ottenerlo, ma sarà soprattutto indiretto, di immagine. L'affidamento riguarderà solo i beni di interesse nazionale? No. Tutti coloro che hanno la responsabilità dei musei Stato, Regioni, Province e Comuni avranno la possibilità di darli in gestione ai privati. Una commissione sta lavorando parallelamente per monitorare, Regione per Regione, il numero dei musei e individuare una possibile ripartizione tra centro e periferia. È un'operazione gigantesca: il grosso dei musei passerà a Regioni ed enti locali. Verrà rivisto il ruolo dei soprintendenti regionali? Necessariamente. Il 50 delle ragioni del la riforma del ministero sta proprio lì. Finora in quell'ambito c'è stato il vuoto. Quando siamo arrivati ci siamo trovati davanti a una situazione di precarietà: la loro nomina dove va essere ratificata e soprattutto riempita di contenuti. Individuare, cioè, competenze, li miti e responsabilità. Il soprintendente regionale sopravviverà? Sì, ma con molti cambiamenti, che avranno come base la nuova dimensione federalista, In ogni caso, il nuovo volto del ministero non sarà disegnato unicamente attraverso le norme. Adotteremo, invece, il criterio dell'autorganizzazione. La riforma del ministero fa poi pendant con il codice dei beni culturali, che individua i campiti dello Stato e dei poteri locali. Il ministero riformato sarà il braccio operativo del quadro delineato dal codice. Anche la qualità archi tettonica fa parte di quel quadro. Siamo l'unico grande Paese europeo senza una normativa specifica. Nel frattempo abbiamo devastato le nostre periferie. La riforma ha due scopi: sensibilizzare gli enti locali, i Comuni in primo luogo, a rilasciare le autorizzazioni rispettando determinati criteri urbanistico -architettonici; rimediare ai danni fatti in passato. È chiaro che non procederemo a una demolizione di massa. Anche perché ci si scontrerebbe con gli interessi locali. Gli obbrobri della Valle dei Templi insegnano. La Sicilia è totalmente fuori dalla nostra giurisdizione. Sotto questo profilo tiro un sospiro di sollievo. Anche quella è Italia e con un patrimonio non indifferente». Lo statuto speciale, però, ne sancisce la piena autonomia. In ogni caso, per il passato è importante sensibilizzare amministrazioni, imprese e progettisti. Attraverso i piani regolatori si può, infatti, procedere, nel segno della qualità architettonico-urbanistica, alla sistemazione e alla ristrutturazione di situazioni compromesse.