MILANO La Scala è e deve restare un teatro pubblico, al di là della forma giuridica. È anche un teatro senza debiti, che quest'anno dovrebbe chiudere con un disavanzo di soli 1-1,5 milioni, ma è un teatro cui è legittimo chiedere uno sforzo di ra-zionalizzazione. È la fotografia tracciata ieri dal sovrintendente Stéphane Lissner, che ha indicato il suo progetto per il futuro. E ha preannunciato le dimissioni dal festival di Aix-en-Provence. Perche un teatro pubblico? «Perché questo significa mettere in primo piano l'eccellenza ha detto Lissner che solo il pubblico può sostenere. Non dobbiamo cadere nella trappola di chi sostiene che le risorse private possono sostituirsi al pubblico. Per questo dobbiamo fermare la tendenza a ridurre continuamente il Fondo per lo spettacolo». Anche all'estero è così. 144,3 milioni di contributi pubblici ordinali alla Scala nel 2004 si confrontano con i 94,3 milioni dell'Opera National di Parigi(che gestisce due teatri), i 48,5 milioni della Bayerische Staatsoper di Monaco, i 51,5 dell'Opera di Vienna. Solo la Royal Opera House di Londra, ha spiegato Lissner, riceve meno (34,1 milioni, comunque più dei 32 milioni di Fus alla Scala; «ma B la legislazione è molto diversa e i contribuiti privati alle fondazioni sonc completamente defiscalizzati». Certo, dal 2001 a oggi la Scala ha attinto alle proprie risorse quello che veniva tolto dai finanziamenti pubblici (dall'85 il Fus ha perso più del 38 e i contributi di Regione, Provincia e Comune sono passati dai 10,8 milioni del 1998 ai 14,4 del 2004 e ai 9,4 milioni di quest'anno), ma «dire che la situazione economica della Scala è grave è falso» ha sottolineato Lissner. E ha aggiunto: «Con il doppio trasferimento degli anno scorsi qualunque impresa si sarebbe trovata in difficoltà. Ora si torna alla normalità e tutti sappiamo che serve una gestione più rigorosa, che non c'è altra scelta. Lo potremo fare con il ritrovato dialogo tra dirigenti, sindacato e masse. Ma prima di tutto dobbiamo avere un progetto artìstico importante». I dipendenti sono troppi? «Il ministero ci autorizza ad avere 800 persone in organico fisso: oggi i dipendenti fissi sono solo 745, altri 168 sono a termine spiega Lissner . Si dice che lavorano poco? A Vienna e a Monaco il sipario si alza 350 volte all'anno, è vero; con il nuovo palcoscenico noi avremo 224 recite, contro le 160 dell'ultima stagione al Piermarini. Ma la differenza è soprattutto tra il teatro di repertorio e il teatro di stagione, che richiede molte più prove». Lissner ha poi sottolineato l'intenzione di rilanciare l'Accademia (dove è in arrivo una nuova direttrice generale), l'importanza dei laboratori dell' Ansaldo («un vero tesoro della Scala») e infine il successo del Museo, che quest'anno ha avuto 220mila visitatori (secondo a Milano dopo il Cenacolo vinciano) e che porta 400mila euro di utili all'anno. Porte aperte, infine, agli altri teatri, italiani e non. In Scala suoneranno, per esempio, il San Carlo di Napoli, l'Orchestra di Santa Cecilia, la Verdi di Milano e l'Orchestra Divan di Daniel Barenboim. E porta aperte a chiunque voglia entrare nel cda della Fondazione: lunedì è convocata l'assemblea. Nel frattempo il ministro Buttiglione ha approvato il nuovo statuto e ha chiesto di inserire nell'emendamento alla Finanziaria la modifica di legge che consentirà di aumentare i consiglieri da sette a nove. Facendo posto alla Provincia.
La Scala deve restare pubblica
La Scala è un teatro pubblico che deve restare tale, al di là della sua forma giuridica. Il sovrintendente Stéphane Lissner ha indicato un progetto per il futuro, che prevede la chiudura di un disavanzo di 1-1,5 milioni di euro. Lissner ha sottolineato l'importanza del pubblico per sostenere l'eccellenza artistica e ha criticato la tendenza a ridurre il Fondo per lo spettacolo. La Scala ha attinto alle proprie risorse quello che veniva tolto dai finanziamenti pubblici negli anni precedenti, ma Lissner ha affermato che la situazione economica della Scala non è grave. Ha anche annunciato le dimissioni dal festival di Aix-en-Provence.
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