"Creiamo la Borsa della cultura. Alla Provincia dico di guardare anche a realtà diverse" "E l'unico teatro aiutato dai privati, gli altri così moriranno " «Mi sa che dovrebbero consultarmi anche per altri campi perché sto diventando un profeta. Eccole qui le mie profezie, che puntuali si sono avverate». Dietro la scrivania del suo studio, Sergio Escobar agita tra le mani una pagina dì giornale con una sua intervista di mesi fa: il direttore del Piccolo diceva che il "modello Milano" della cultura, quel sistema che ha fatto scuola in Italia e che ha sempre avuto il suo valore strategico nella Scala, nel Piccolo e in una miriade di altre realtà, rischiava di traballare per lo squilibrio dei finanziamenti. «Oggi quella minaccia è realtà. E il perché è sotto gli occhi di tutti. Da un lato la Finanziaria confermerà quasi certamente un disastroso taglio del 15 per cento dell'investimento pubblico nella cultura. Certo, era il 35, qualcosa è stato recuperato, ma il taglio sarà lo stesso una mannaia. Dall'altro lato al disinvestimento pubblico corrisponde a Milano una strategia di investimento dei privati che concentra tutto solo sulla Scala. E questo è sbagliato. Se non si corre ai ripari, prepariamoci a un disastro. Io una proposta la faccio: creiamo un mercato, una sorta di Borsa, in cui far incontrare privati e teatri, domanda e offerta, per arrivare a una distribuzione dei soldi privati più equilibrata». Andiamo con ordine, direttore. Cosa sta succedendo esattamente nel sistema teatrale milanese? «Che non ci sono più soldi. I finanziamenti pubblici scarseggiano, e l'investimento privato si sta sempre più concentrando solo sulla Scala. Un disequilibrio che danneggia tutto il sistema». Perché? «Innanzitutto una precisazione e non per cortesia o tattica: non c'è nessuna intenzione polemica da parte mia, né invidia verso la Scala, né intromissione nel lavoro che l'amico Lissner sta conducendo benissimo. Ma detto questo è sbagliato porre in primo piano solo la Scala quando si parla dei problemi della cultura a Milano. Sia a livello nazionale che locale. A livello nazionale quando il ministro Buttiglione, che pure va ringraziato per essersi subito dato da fare, dice che con i tagli al Fondo unico per lo spettacolo (Fus), la Scala rischia di chiudere, danneggia innanzitutto la Scala. Primo perché i tagli fanno morire tutti, un intero sistema, secondo perché indebolisce la difesa del Fus. Concentrare la necessità dell'investimento statale solo sulla Scala, come simbolo forte, pone la Scala in una situazione vulnerabile, passibile di attacchi e di schermaglie politiche, come puntualmente è stato con un intervento anomalo della politica che ha accusato ingiustamente la Scala, trasformandola da simbolo della cultura in simbolo dello spreco». Si riferisce a Berlusconi quando ha detto che alla Scala ci sono troppi dipendenti... Cos'è invece questa storia dei privati che investono solo sulla Scala? «Col disinvestimento degli enti pubblici, altrettanto ingiustamente si chiede al privato di fare come il pubblico, di sostituire il pubblico. Oggi il privato "deve" investire concentrando tutto sul modello Scala». Quindi non ce n'è per nessun altro. «Questo sicuramente, ma questa concentrazione sulla Scala non regge perché la dimensione degli investimenti privati genera un aumento dei costi non coperto dall'investimento privato stesso. Tant'è che il "Sistema Scala" è saltato, guarda gli Arcimboldi. Ci avevano detto che era un punto importante di quel sistema, ma adesso già vediamo che non riesce a starci dentro». E quindi? «Bisogna tornare a un intervento privato su un sistema articolato non più in una sola direzione. Come? Io ho due proposte, anzi una proposta e una provocazione. La proposta gliel'ho detta: creiamo un organismo, un luogo che sia in grado di presentare al meglio la complessità del sistema dello spettacolo milanese a coloro che nelle imprese private decidono le destinazioni degli investimenti culturali. No, non un'agenzia, ma una sorta di Borsa, una Borsa delle opportunità la chiamerei, dove auspicherei che ci fossero Assolombarda e Camera di Commercio, per conoscere il sistema e le risorse su cui si può far affidamento». E la provocazione? «È per la Provincia: i 5milioni di euro che la Scala ritiene non sufficienti per entrare nel cda, li reinvesta nell'altra faccia del sistema teatrale milanese, nelle fondazioni che non sono la Scala a cui però Milano si è rivolta per far funzionare gli Arcimboldi. Sarebbe il modo per mettere le fondazioni coinvolte tra cui, certo, c'è anche il Piccolo in condizioni di sicurezza per far funzionare quel teatro, e, coinvolgendo anche la Regione, per garantire agli Arcimboldi un futuro».