A luci già spente, appena prima dell'inizio della "Pelléas et Mélisande" di Debussy, i musicisti leggono un comunicato in cui contestano la Finanziaria del governo Berluseoni Alla Scala va in scena lo show antiSilvio C'è un sequestro delle persone e delle loro coscienze che accade e riaccade da alcuni giorni nel tempio della cultura italiana (si dice così) e nessuno dice niente. È ritenuto normale. Sono cose a cui si è fatto il callo. Persino le vittime sono omertose, forse temono di passare per nemici del popolo e dell'erigendo Tribunale che li impiccherebbe in caso di lamenti. Oppure ritengono sia un utile esercizio di rieducazione democratica. In fondo che sarà mai essere invasi interiormente, stretti alla gola senza diritto di rispondere? Il caso a cui ho assistito, precisamente nella parte di ostaggio, è questo. Domenica alla Scala di Milano. È la nostra istituzione culturale più prestigiosa dinanzi al mondo, eccetera, siamo tutti d'accordo. Molti stranieri per la rappresentazione di "Pelléas et Mélisande" di Debussy, dirige un mito come il maestro Georges Prètre. Poco prima delle ore venti, le luci si spengono in modo intermittente. Infine il buio, si comincia. Devi essere seduto al posto, altrimenti - per le regole del teatro - devi aspettare fuori fino a dopo l'intervallo per non disturbare. Da quel momento siamo nelle mani dell'Arte. (Piuttosto cara anche. Si pagano fino a 170 euro per persona). La bacchetta del maestro però non lampeggia. Che sarà mai? Si ode una voce: «Attenzione», o qualcosa del genere. «Si dà lettura del comunicato dei sindacati», eccetera. I tre sindacati più gli autonomi. Dopo di che viene impartita una lezione al popolo contro i tagli previsti dal governo nella Finanziaria, la necessità di opporsi ad essi in nome della «importanza della Cultura». Non sono tre parole, ma un discorso in cui ci viene spiegato che cos'è il bene (quello che fanno i membri del sindacato per l'istruzione del buon popolo) e che cos'è il male (il taglio, il provare a mettere a posto i conti, imponendo economie ad esempio alla Scala). Opinioni rispettabilissime. Siamo tutti contro i tagli alla Cultura, vorremmo anzi che i soldi degli italiani finissero tutti lì, invece che in cose noiose e odiose come i cantieri stradali e le scuole professionali. (Scherziamo naturalmente). Ci piacerebbe però che qualcuno controllasse anche se per caso, sotto il manto ricamato della cultura, non si nascondano nidiate di privilegiati e isole di pigrizia. (Non scherziamo). Alla fine dell'intemerata antiberlusconiana, qualche applauso, un timido buuuhhh. E via, si comincia. Io e - sono certo - molti altri silenti, siamo come feriti. Diritto di replica? Niente. Una predica da sorbirsi obbligatoriamente, e per di più avendo prima dovuto subire un salasso al portafogli. È questa la democrazia? I sindacati sono nati per difendere i lavoratori, non per indottrinare chi capita capita, senza che quello possa sottrarsi alla presa, e neanche dire bè. Dove sta il regime? Sta qui, in questa maniera di infilare con l'imbuto a forza il beverone nella gola di un pubblico trattato come un gregge di pecore. C'è continuità con Celentano. Si approfitta del baraccone e del circo per dare lezione di politica. Non mi importano i contenuti, ma il dispotismo di chi ritiene in nome dell'Arte e dello Spettacolo di avere diritto a dare forma al pensiero altrui senza che ci siano regole di reciprocità. Almeno con Celentano uno può girare canale. Ma lì, alla Scala, sostenuta con il denaro di tutti, e soprattutto coi soldi del mio biglietto, perché devo anche essere sequestrato e sottoposto al trattamento rieducativo obbligatorio da parte del Comitato sindacale? Quando ho sottoscritto l'abbonamento, con esborso cospicuo, non c'era scritto da nessuna parte che sarei stato obbligato alla custodia cautelare da parte di maestrini del pensiero. La cosa incredibile è che nessuno protesta. C'è la tendenza a dare per scontato che la Cultura sia un affare loro, e noi possiamo svolgere solo il ruolo di poveracci che tendono da mendicanti la mano. Libero invece no, non ci sta. Tra l'altro, è molto istruttivo fare un giretto sul sito internet di www.lavoratori-scala. splinder.com (il "blog ufficiale" dei dipendenti della Scala). Tra i documenti proposti per un commento c'è un bel manifesto dove si susseguono le foto con didascalia di Totò U' Curtu (Totò Riina, ovvio), Silvio U' Curtu, Fedele (Confalonieri) U' Curtu, Marcello (Dell'Utri) U' Curtu, Riccardo (Muti) U' Curtu. È talmente violento che si alza una timida protesta in un commento: «L'odio nei confronti di certa gente è giustificato, ma occhio a non passare il limite. Non siamo barbari!». Odiare sì ma senza esagerare. Sarebbero questi i difensori della cultura? Subito dopo c'è un bellissimo gesto di solidarietà tra sostenitori dell'Arte. I lavoratori della Scala pubblicano il manifesto con cui gli studenti della Sapienza di Roma hanno occupato il teatro Jovinelli. Titolo: «La cultura vi fà paura». Fà lo scrivono con l'accento, naturalmente. Cultura sì, ma grammatica e ortografia no. Guai ai tagli dei soldi alla Scala e guai al taglio antidemocratico degli accenti. Giù le mani dagli accenti, Berlusconi.
Libero
8 Novembre 2005
Gli analfabeti predicano perfino alla Scala
RE
Renato Farina
Libero
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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