Che cos'è il passato? E' un presente ormai trascorso. Bene, ma dove va a finire? Nella memoria, che è il suo organo produttivo e il contenitore in cui si deposita. Perciò il passato in se stesso non esiste, non è una categoria fenomenica concreta, esterna all'uomo. II passato esiste solo quando viene "pensato", o meglio "ricordato". Il passato è una costruzione culturale. Qualche filosofo afferma addirittura che il tempo stesso non esiste. Per Parmenide e Severino è soltanto un'illusione. Nel suo "Adversus Mathematicos" Sesto Empirico dice che il passato non c'è, perché c'è già stato; non c'è il futuro, perché non c'è ancora; e non c'è neppure il presente, che è solo la linea che congiunge passato e futuro, e dunque un evanescente trait d'union tra due cose assenti. In altre parole, il passato è alle nostre spalle, e se non ci volgiamo indietro a guardarlo, è come se non esistesse. Gli antichi egizi, molto più pragmatici di noi, si orientavano nel tempo in modo del tutto diverso: il passato non stava dietro le spalle, ma davanti, perché lo si conosceva e lo si poteva osservare continuamente; era invece il futuro a stare dietro, perché ignoto e inconoscibile. Sembrerebbe quindi che, a differenza degli egizi i quali, come diceva Spengler, non potevano dimenticare nulla, noi potremmo liberarci facilmente del passato, e dimenticarci che in verità vive e respira dentro di noi, che ne siamo, in tutte le nostre manifestazioni, il prodotto, il sedimento depositato. Eppure c'è un passato che non scompare affatto, neppure quando noi non lo ricordiamo. Rimane immobile a testimoniare la sua presenza, e non si cura di passare inosservato. E' il passato pietrificato in case, palazzi, templi, tombe, modellato nelle statue e nei rilievi, nei mobili e negli oggetti che la terra ha preservato e che gli scavi archeologici hanno riportato in luce. Per Nidal Amin, la vicedirettrice del museo di Baghdad, il passato era qualcosa di molto concreto e per nulla rarefatto. Era condensato nei reperti che vedeva ogni giorno, nei documenti che studiava, nelle schede d'archivio che consultava regolarmente. In televisione abbiamo visto lo sguardo sgomento della signora Nidal che assisteva impotente al saccheggio del museo: statue cadute per terra, rilievi sradicati dal muro pezzo per pezzo, tavolette in cuneiforme ridotte in frantumi, gente che correva per le sale arraffando qualsiasi cosa fosse a portata di mano. Proprio mentre tutti si rallegravano giustamente per la caduta delle statue di Saddam Hussein, crollavano anche statue che avrebbero dovuto invece rimanere in piedi. Nidal Amin piange disperata. Lancia maledizioni sul proprio popolo, che, abbandonandosi a questo crudele saccheggio nella follia prodotta dalla guerra, sta distruggendo la sua stessa memoria storica; e sugli angloamericani, che non sono intervenuti per difenderla. Alla disperazione di Nidal Amin si aggiunge quella degli archeologi di tutto il mondo, e in particolare di quelli inglesi, che sul Guardian del 14 aprile hanno fatto pubblicare una lettera di appello per la tutela dell'immenso patrimonio iracheno. Nella lettera non si lamenta soltanto il dolore per le distruzioni e i saccheggi, nonché per il mancato intervento delle forze alleate, ma si invoca urgentemente un concreto impegno degli angloamericani per impedire non solo nuovi furti e saccheggi sul territorio iracheno ma anche, e soprattutto, la circolazione dei reperti nel mercato antiquario. A questo proposito, nella lettera si prendono in considerazione anche alcune notizie trapelate nelle ultime ore: ad esempio che l'American Council for Cultural Policy (un'istituzione fondata due anni fa da un gruppo di circa sessanta funzionari di musei, collezionisti d'arte, e avvocati, e attualmente diretto da Ashton Hawkins, ex vicedirettore esecutivo del Metropolitan Museum di New York) stia cercando di convincere il Pentagono a dare una formulazione più morbida alla legislazione che protegge l'eredità irachena impedendo la vendita di manufatti di interesse storico all'estero, sulla base del fatto che sarebbero più al sicuro in un museo americano o in collezioni private anzichè in Iraq. Gli autori della lettera ricordano tuttavia che altre organizzazioni, più responsabili, come l'Archaeological Institute of America, si oppongono con decisione a provvedimenti di questo tipo. Per quanto per certi aspetti secondario, anche questo è un terreno sul quale si gioca la credibilità, l'intelligenza e la sincerità dell'impegno che gli americani e gli inglesi si sono assunti. Il museo di Baghdad conservava i più prestigiosi tesori del passato islamico e preislamico del paese. Non sappiamo con precisione che cosa ne stia avvenendo, ma le parole della vicedirettrice (che parla di almeno 170.000 pezzi rovinati o completamente distrutti) e le immagini viste in televisione giustificano ampiamente i timori di una loro distruzione o sparizione quasi completa, nonostante la stessa vicedirettrice affermi che i pezzi più importanti erano già stati rimossi e collocati in luoghi più sicuri prima dell'inizio della guerra. Non avrebbe senso trasformare un articolo di giornale in una guida turistica. E' sufficiente ricordare che nel museo di Baghdad erano conservate alcune delle più importanti testimonianze della civiltà dell'Antico Oriente, che qui è nata e qui, con Sumeri, Accadi, Babilonesi e Assiri, ha raggiunto il suo massimo splendore e la sua forma più compiuta. Il passato dell'Iraq naturalmente non è chiuso soltanto all'interno dei musei, ma si manifesta anche all'aperto nei suoi innumerevoli siti archeologici. La Mesopotamia non ha però avuto la fortuna dell'Egitto. Le testimonianze architettoniche del periodo preislamico non hanno, tranne rare eccezioni, l'imponenza dei templi e delle tombe faraoniche, soprattutto perché, essendo il paese quasi completamente privo di pietre da costruzione, gli edifici venivano eretti in mattoni crudi, e il loro stato di conservazione è naturalmente piuttosto misero. Ciononostante, anche grazie ai restauri, monumenti come la ziggurat di Ur, i resti di Babilonia, l'arco di Ctesifonte o i palazzi assiri esercitano ancora un grande fascino. Molte di queste testimonianze corrono oggi il rischio di essere distrutte per sempre, o di finire nelle mani di qualche collezionista senza scrupoli che le sottrarrà allo sguardo del mondo. E' triste, ma probabilmente è -una questione di secondo piano, che viene dopo la vita e la sicurezza della popolazione. Non manca tuttavia chi, magari senza nemmeno sapere che cosa contenga, grida indignato alla distruzione e al saccheggio del museo di Baghdad. Fa benissimo. Ma bisogna chiarirsi. Personalmente non ho la morbosità di un antiquario e non mi dispero eccessivamente per la sparizione di qualche oggetto antico. Non è questo il punto. Ho partecipato per diversi anni a scavi archeologici in Egitto, e mi sono convinto che qualsiasi reperto non ha nessun valore se separato dal contesto in cui è nato, se la sua conservazione non si accompagna alla comprensione profonda della cultura che lo ha prodotto, se la muta testimonianza del passato non rivive nel presente, illuminandolo e chiarendolo, e ricevendone a sua volta una luce riflessa. Perciò considero un disastro se, insieme all'oggetto, sparisce anche questo contesto. Ed è per questo che la distruzione degli archivi del museo, nei quali ogni reperto era accuratamente catalogato e classificato, così come l'incendio della biblioteca di 'Baghdad, rischia di diventare il simbolo di una tragica cancellazione del passato. Tragica per tutti e soprattutto per il popolo iracheno, che non deve rischiare, dopo aver subito le violenze di un dittatore sanguinario, di perdere un passato che gli appartiene e che non ha nulla a che fare con la dittatura baathista, anche se lo stesso Saddam ha vergognosamente cercato di sfruttarlo a proprio uso e consumo, presentandosi come un novello Sargon, Hammurabi o Nabucodonosor. Un passato di stupefacente lunghezza sul quale, prima che Saddam ne facesse scempio, si fondava il senso di identità del popolo iracheno e il suo più autentico orgoglio nazionale. Un passato che, per di più, non è nemmeno soltanto iracheno ma di tutta l'umanità, che proprio qui ha per la prima volta dato vita a una forma compiuta di civiltà, creandone tutti i principali presupposti, a cominciare dalla scrittura. "Shock and awe". Per chi sente il peso delle parole, per chi ne coglie i significati riposti e ne sente vibrare il suono nelle profondità della coscienza, senza ridurle a vuote e casuali combinazioni di fonemi, l'espressione non passa inosservata. "Spavento e timore reverenziale" mi ricorda immediatamente il "mysterium tremendum" di Rudolf Otto, lo studioso tedesco che ha dato una straordinaria descrizione fenomenologica del sacro e delle sue manifestazioni. Io non so, e non ho la pretesa di sapere, quale sia l'effetto profondo che hanno avuto le bombe sulla popolazione irachena. Ma "shock and awe" è certamente l'effetto che producono su di me i monumenti e le testimonianze del passato. Davanti a piramidi, tombe, ziggurat e statue, la mia prima reazione è sempre stata lo stupore e il timore reverenziale: il senso di un "mysterium tremendum", un fascino istintivo e inspiegabile che si traduce quasi immediatamente in una curiosità e in un interesse a conoscere e capire quelle misteriose testimonianze. E dall'interesse nasce naturalmente il rispetto e l'amore. Oggi mi auguro che quel timore reverenziale per le testimonianze del passato non finisca per essere cancellato dall'orrore per la loro sparizione. Non vorrei davvero essere costretto a ricorrere alla soluzione di Sesto Empirico e consolarmi al pensiero che, se il passato è scomparso, non c'è in realtà neppure il presente e magari non ci siamo neppure noi, o siamo altrove.
il Foglio
17 Aprile 2003
L'Iraq ha una storia che shocks and awes e il museo di Baghdad ne era il tabernacolo
AL
Aldo Piccato
il Foglio
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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