I punti più critici del Colle: Domus di Tiberio, Arcate Severiane, sostruzioni del Velabro, giardini Il check up guidato dall'ingegner Croci Appello dei tecnici della Sapienza: «Facciamo come per l'Acropoli di Atene» «Abbiamo a disposizione nove mesi. Cercheremo di fare il possibile per monitorare tutto il Palatino e capire dove è necessario e urgente intervenire», dice l'ingegnere Giorgio Croci della Sapienza, il tecnico che ha rimesso in piedi la basilica di San Francesco d'Assisi dopo il crollo del terremoto del '97 e che ora è stato chiamato dal Sovrintendente archeologico di Roma, Angelo Bottini, a studiare il Palatino che crolla. Croci interviene col suo staff, quattro ingegneri strutturisti che lo hanno affiancato in tante imprese compresa l'operazione «obelisco di Axum». Con lui si coordinerà il gruppo multidisciplinare ricco di competenze della sovrintendenza archeologica di Roma. «Non c'è tempo da perdere, l'ultimo crollo lo dimostra - spiega Croci -. A questo punto l'obiettivo è molto chiaro, fare un'analisi completa, individuare tutte le situazioni a rischio e decidere come operare: dove basta puntellare, dove intervenire invece con operazioni più complesse tramite fondi consistenti che dovranno essere chiesti, dove rivedere infine i percorsi e le riaperture delle parti attualmente chiuse al pubblico. Insomma un check-up per mettere a punto una richiesta a medio e lungo termine. L'urgenza è nelle cose: dalle prime verifiche abbiamo già visto che sono molteplici i punti critici, dalle maestose Arcate Seve-riane prospicienti il Circo Massimo dove è stato già effettuato quest'anno un intervento di messa in sicurezza, alle «sostruzioni» sul versante Velabro, ai Giardini Farnesiani, agli edifici della parte alta...». Cade a pezzi tutto il Palatino, dove sono vissuti Romolo, Cicerone, Augusto, Tiberio, Nerone, Caligola, insomma tutta la storia dì Roma, concentrata in un colle di tufo, bucato da gallerie, cave, cisterne, cunicoli, fessurazioni, criptoportici nascosti oggi da una cinta di bastioni su un paio di lati e, sopra, al confine col Foro da un giardino cinquecentesco ricco di piante rare e di radici prepotenti che spaccano pietre e mattoni millenari. Un mondo fantastico, per metà chiuso al pubblico, e per l'altra metà piagato dagli insulti del tempo, pronto a crollare da un momento all'altro. La zona «off limits» si offre subito al visitatore, appena imboccata la salita d'accesso del Clivo palatino: riguarda, sulla sinistra, la spianata sotto la chiesa di San Bonaventura, chiusa perché le «sostruzioni» e i muri sono crepati. Poco oltre prima di arrivare al palazzo dei Flavi s'incontra, transennato, il basamento del tempio di Giove Statore: appare spaccato e sprofondato nel terreno. Più in alto, sotto le mura crepate del vasto palazzo dei Flavi, c'è la Do-mus transitoria di Nerone, altrettanto grande, forse il pezzo iniziale della Domus Aurea: chiusa da sempre. E chiusi, perché pericolanti, anche il tempio della Vittoria e quello della Magna Mater, le capanne romulee, la domus di Augusto. Difficile avventurarsi verso i muraglioni e le «sostruzioni», i muri di sostegno che circondano il Colle sul fronte nordorientale e sud: lì, tra crepe vistose e infiltrazioni d' acqua, il pericolo è più che evidente. Più subdolo è invece il giardino farnesiano dove nell'85 si aprì la voragine che inghiottì una fontana e dove ora è crollato un muro del '500. Sotto c'è la Domus Tiberiana in cui è stato appena aperto un cantiere di consolidamento dotato di 6 milioni di euro. Da lì si scende poi lungo il Clivo della Vittoria verso San Teodoro e più in là, accanto al Circo Massimo, in direzione delle Arcate se vertane. «Bisogna fare come in Grecia, con l'Acropoli, che pure aveva problemi infinitamente minori», spiega il professor Carlo Giavarini, presidente del Cistec, il Centro di scienza indipendente della Sapienza per la conservazione del patrimonio storico-architettonico. «Lo stato dovrebbe prendere una decisione come fu fatto in Grecia nel '75 dal ministro Tripanis, istituire una commissione nazionale dotata di finanziamenti e poteri effettivi. Quella decisione ha messo in salvo l'Acropoli. Ha consentito di elaborare un piano globale, studiare le priorità, ottenere i fondi necessari, risanare e man mano riaprire. Al Palatino, prima dì tutto, bisogna capire come far defluire le acque che minano i muri. Gli antichi romani lo sapevano fare, noi no».