Questioni come il rispetto della legalità, la tutela del decoro urbano e la conservazione del patrimonio storico provocano accese controversie nelle città italiane. I pareri divergono, come sempre, tra fautori della severità e della permissività variamente giustificata. L'ultimo caso è quello di Bologna, città inquieta, dove il sindaco Sergio Cofferati ha disposto misure di «tolleranza zero» contro i disordini del centro urbano e le baraccopoli abusive lungo il Reno abitate dall'immigrazione irregolare. Una «sinistra alternativa» lo contesta, opponendo il senso della socialità indulgente a quello della legalità più o meno efficiente. Il disagio è considerevole per il duro sindacalista, già segretario della Cgil, convertito in duro sindaco. La popolazione, in larga maggioranza, sembra d'accordo con l'amministrazione di Palazzo D'Accursio, come provano i sondaggi da Piazza Grande a Borgo Panigale. Pare diffusa l'opinione che per socialità s'intende troppo spesso un misto di permissività e passività, destinate a moltiplicare disordini e disagi sociali anziché ridurli. Ma il compito di Cofferati, senza dubbio, è duro non meno del suo carattere. Nello stesso tempo, a Roma il sindaco Walter Veltroni annuncia «l'operazione decoro». Vorrebbe riqualificare Piazza Navona, invasa dai venditori d'ogni sorta di merci nello scenario monumentale fra Bernini e Borromini sopra i resti dello stadio di Domiziano. Numerose voci, da decenni, reclamavano un rispetto simile a quello che i parigini riservano a Piace Vendome. Ora la delibera che vieta d'occupare «lo spazio centrale di Piazza Navona con qualsiasi attività commerciale» è passata in Giunta Capitolina, d'intesa con la soprintendenza dei Beni culturali ambientali. Ma fra commenti critici o scettici, quanti dovrebbero trasferirsi con banchi e trespoli verso luoghi più appropriati si ribellano. Furenti contro il Campidoglio, vogliono incatenarsi alla Fontana dei Fiumi. Simili controversie, non certo nuove, ricordano le strenue dispute sugli usi di Piazza San Marco a Venezia, dell'Arena di Verona, dei Loggiati degli Uffizi a Firenze o della Piazza Sordello a Mantova, senza dimenticare i danni subiti a lungo dalle romane Terme di Caracalla. Si tratta non solo di conflitti fra interessi maggiori o minori, ma fra mentalità e costumi a volte inconciliabili anche nelle sfere amministrative. Proprio a Roma è ancora irrisolta la vertenza su Palazzo Barberini, che oppone ambienti militari e storici dell'arte. Quell'insigne architettura del barocco, acquisita nel 1949 dallo Stato per ospitare degnamente la Galleria nazionale dell'arte antica, doveva raccogliere numerose opere disperse in differenti sedi. Non è ancora così, malgrado le rivendicazioni dei Beni culturali, perché un circolo di rappresentanza rimane a occupare importanti spazi e ostacolare il progetto d'interesse nazionale. Il caso è sconfortante, se paragonato per esempio a vicende come quella del Grande Louvre raddoppiato in pochi anni. Ora va dal Carrousel al Giardino delle Tuileries, avendo annesso l'adiacente ala Richelieu che prima ospitava il ministero delle Finanze, trasferito a Bercy. Eppure quel dicastero, che in Francia governa sia l'entrata fiscale sia la spesa e il bilancio, è le pouvoir per eccellenza. La cura del patrimoine, a Parigi, prevale sulle massime potestà. Perché a Roma il rapporto tra poteri è tanto diverso, in presenza d'un patrimonio artistico e storico inestimabile?