L'esportiamo in tutto il mondo: è il vero made in Italy, 15 interventi all'estero, in una dozzina di Paesi, e in siti e luoghi prestigiosi, come la Grande Muraglia o il più importante dei padiglioni nella "Città proibita" di Pechino; i musei di Bagdad, Kabul e quello egizio al Cairo; presidi archeologici dai nomi mitici, quali Ninive, Leptis Magna, Sabratha, Cartagine. E' l'arte del restauro; sono il lavoro e la sapienza dell'Istituto centrale italiano, che, al tempo, Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan hanno voluto e fondato, e che Caterina Bon Valsassina oggi dirige, sotto la supervisione del capo del Dipartimento per la Ricerca e Innovazione del Ministero, l'archeologo Giuseppe Proietti; è il più prestigioso dei biglietti da visita che il nostro Paese può diffondere nel mondo, e che, fino al 18 dicembre, è raccontato e spiegato in una mostra al Vittoriano (lato Ara Coeli) intitolata L'eccellenza del restauro italiano nel mondo (ogni giorno 9.30-18, catalogo Gangemi). Nel campo del patrimonio storico-artistico, l'Italia, nota il ministro Rocco Buttiglione, «è una potenza mondiale»; e «il suo esercito è composto, per difetto, da oltre quattro milioni di opere censite, 100 mila chiese, 20 mila centri storici, 45 mila castelli e giardini, 35 mila dimore storiche, duemila siti archeologici e 3.500 musei». E' il motivo per cui, nei secoli, il Belpaese è stato meta d'infiniti viaggiatori; per cui, ancor oggi, nel campo del turismo, quello "d'arte" non conosce recessioni; e nella conservazione, nella tutela, nel restauro, il primato ci è universalmente riconosciuto, tanto che l'Unesco affida al nostro Paese la responsabilità degli interventi in tutto il mondo, nel caso di calamità, o guerre: qualcuno ha coniato, per questo, la dizione di "caschi blu della cultura". E nei suggestivi ambulacri del Vittoriano, fa davvero un grande effetto vedere che cosa i nostri tecnici sanno fare e stanno facendo. Magari in Paesi abituati da sempre alle ricostruzioni, più o meno posticce, l'Italia esporta anche il proprio rigore scientifico: fatto di consolidamenti, ma non di finzioni. Succede, ad esempio, nel Padiglione della Suprema Armonia, la sala del trono di Pechino; o sul tratto di Grande Muraglia affidato all'Istituto centrale, per un restauro che costituisca un evento-pilota, mentre già, sia in Cina, sia perfino in Iraq (attualmente, però, i corsi si svolgono ad Amman, per necessità), i restauratori locali vengono formati dai nostri, e magari gli stessi laboratori, assai sofisticati, sono made in Italy. «Per giunta, con una spesa davvero esigua», sottolinea Proietti, elencando i 70 mila euro (più 40 per noleggiare l'aereo Antonov con cui trasportarlo) richiesti dal laboratorio di restauro ora a Bagdad; i 200 mila finora assorbiti, compresi i costi delle trasferte, dai lavori in Cina; i 400 mila destinati a Bam, la città iraniana dall'incredibile cittadella, che un sisma ha raso al suolo e dove, dopo la generale mobilitazione del mondo intero in suo soccorso, l'Italia «è rimasta la sola ad operare». Eppure, anche queste spese assai ridotte («in Cina, i nostri restauratori mangiano alla mensa dei colleghi locali») cadono sotto la scure dei "tagli" che la Finanziaria impone: «Il 30 di fondi in meno». In un suo viaggio, Proietti ha scattato una foto che riempie il cuore; sul museo di Kabul, appena riaperto, un lenzuolo appeso dai dipendenti, con sopra scritto: "A Nation stays alive when its culture stays alive", un Paese vive se vive la sua cultura; e lo slogan potrebbe valere anche per casa nostra, non è vero?
Il Messaggero
5 Novembre 2005
Noi, che restauriamo il mondo
FA
Fabio Isman
Il Messaggero
L'Italia esporta il proprio restauro e patrimonio culturale in tutto il mondo. L'Istituto centrale italiano, fondato da Cesare Brandi e Giulio Carlo Argan, è il più prestigioso del suo genere. Il ministero ha assegnato 70 mila euro per il restauro del museo di Bagdad, 200 mila euro per la Cina e 400 mila euro per Bam, l'Iran. Tuttavia, queste spese sono state ridotte del 30% a causa dei tagli della Finanziaria. L'Unesco affida all'Italia la responsabilità degli interventi in tutto il mondo in caso di calamità o guerra.
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