Devo confessare un mio debito personale con Giulio Claudio Argan, debito che ha giocato una parte rilevante nella mia decisione di parlare a lungo di lui in questa occasione. Nel, 1986 mi stupii di essere stato eletto Soio Straniero dell'Accademia Nazionale dei Lincei. Appresi solo molto più tardi e da terzi, che era stato Argan, a promuovere la mia nomina a quell'augusta istituzione. Proprio l'ispirazione e l'esempio dell'impegno appassionato e coraggioso di Argan nelle vicende del suo tempo, intellettuali e professionali, mi ha incoraggiato ad intervenire su un aspetto della cultura italiana A scatenare la diatriba è stato il recente rifiuto del progetto per la nuova entrata degli Uffizi presentato dal grande designer giapponese Arata Isosaki, uno degli indiscussi maestri dell'architettura contemporanea a livello mondiale. Tutti sanno che la grave invasione del turismo di massa ha reso spesso quasi impossibile visitare gli Uffizi; tutti sanno che la proposta di creare una nuova entrata, più moderna e praticabile, è stata avanzata da tempo; tutti sanno che la proposta di Isosaki, il vincitore di un concorso internazionale, è stata oggetto di un fitto dibattito nel corso degli anni che ne hanno preceduto l'approvazione, per essere poi messa da parte la scorsa estate prima ancora dell'inizio dei lavori. E tutti sanno anche che la ragione addotta - la presenza di rovine medievali sotto il sito del progetto - non è he un pretesto per nascondere la vera obiezione, ossia l'inammissibilità di qualsiasi intervento moderno nei cuore di Firenze. (...) Mi rattrista l'amara ironia che si cela dietro l'andamento storicista e conservatore che domina a Firenze - proprio Firenze! - soffocando quello spirito di avventura e innovazione che ha fatto di essa la città che noi tutti amiamo ed ammiriamo, dove la nozione stessa di modernità è nata. Il Duomo stesso, e specialmente la cupola di Brunelleschi, verrebbero sicuramente proibiti oggi; ai loro tempi hanno coperto, o meglio creato, rovine più estese ed importanti delle sparute tracce medievali sotto l'area degli Uffizi (tracce di cui peraltro Firenze è largamente provvista); e a quei tempi il Duomo rappresentò certamente un colossale intervento modernista nella vecchia dttà. Sembra incredibile infatti ma - come testimoniano i documenti d'archivio - il concorso indetto per la cupola, un'impresa sensi precedenti nella storia dell'architettura, neppure dell'antichità, fu vinto dal Brunelieschi in base ad un solo modello. Era anche un concorso «internazionale», dato che i concorrenti provenivano, oltre che da Firenze, da Siena e da Pisa. Ebbene, il Brunelleschi, temendo che altri si appropriassero delle sue idee, rifiutò nella maniera più assoluta di spiegare come intendesse costruire le volte senza alcuna sorta di sostegno sottostante. (...) La verità è che durante il grande periodo di rinnovamento che ha fatto seguito alle devastazioni della seconda guerra mondiale, Firenze ha avuto innumerevoli opportunità di recuperare quel patrimonio favoloso di modernità ed innovazione, ma non ha saputo fare altro che ricreare l'aspetto della dttà medievale, allineando lungo le strade facdate completamente false e artificialmente «appropriate» il cui unico significato è quello di evocare il passato. Firenze è diventata una sorta di Disneyland di pietra. Va naturalmente detto che mentre Firenze ha inventato la modernità, ha anche inventato la Storia, ed io temo che noi storii siamo in gran parte responsabili di questa situazione contradditoria: noi storici, specialmente noi storici dell'arte, abbiamo fatto il nostro lavoro sin troppo bene. Nell'amore e nell'ammirazione per le grandi conquiste del passato abbiamo creato una sorta di mostro - «a tail that wags the dog», come si dice in inglese. Le ultime opere architettoniche di Firenze a figurare nei libri di storia mondiale dell'architettura moderna sono prodotti del fascismo. Mi riferisco qui allo stadio municipale di Pier Luigi Nervi (1930-32) e alla famosa stazione ferroviaria di Giovanni Michelucci che è stata, infatti, il primo edificio moderno che ho visto durante la mia prima visita a Firenze nel 1948. Michelucci fu, nel dopo guerra, uno dei pochi architetti che ebbe il coraggio di lamentarsi e di protestare contro la triste situazione fiorentina. Parte della disperazione del mio sfogo di oggi nasce proprio dal fatto che il periodo fascista fu l'ultimo grande periodo di sperimentazione ed innovazione dell'architettura in Italia. La Casa del Fasdo di Giuseppe Terragni a Como del 1936, una delle opere italiane più acclamate, è forse il caso più eclatante; ed è particolarmente ironico che la squisita razionalità del disegno, l'abbondante uso di vetro e gli spazi aperti inondati di luce, fossero usati come metafora delle idee politiche e della trasparenza del governo nei programmi di pubblico beneficio. Fu proprio questo a rendere il Fascismo così attraente agli occhi di molte persone. Tuttavia l'eccessivo storicismo non è affatto limitato solo a Firenze. Si potrebbe scrivere un intero libro, ed in effetti un libro è stato scritto, sulle maggiori opere architettoniche moderne che non sono state accettate - Capolavori Bocciati: i più famosi risalgono a Venezia, dove nel 1952 Frank Lloyd Wright progettò una casa per Angelo Masieri, un suo assistente italiano, appassionato di architettura, che era morto - giovanissimo in un incidente stradale, e la cui famiglia possedeva un edificio modesto sul Canal Grande, di fronte a Cà Foscari. Nel 1964-65 Le Corbusier fu incaricato di progettare un nuovo grande ospedale, sempre sul Canal Grande, la cui radicale originalità, architettonica e sodale, è dimostrata dal tatto che lo definì ospedale «umanista». Questi edifici furono poi rifiutati perché non consoni - aurora una volta un'ironia, che si rivela tragicomica quando si pensa a quella magnifica panorama di storia dell'architettura in contìnua evoluzione; sul Canal Grande non c'è una facciata uguale all'altra, e per lo storico perspicace esse rappresentano la storia di un modernismo persistente che prosegue, attraverso cinque secoli, fino a quando, improvvisamente, queste storia si ferma La Biennale oggi non offrirebbe al mondo solo mostre contemporanee, ma sarebbe in sé un capolavoro d'arte se il progetto per il Palazzo dei Congressi di Louis Kahn del 1968, fosse stato realizzato. Una simile disputa si sta svolgendo tuttora sul progetto di Gehry per il nuovo aeroporto di Venezia, questa volta più lontano dal centro della città. Modena aveva avuto l'opportunità di diventare famosa per la sua architettura da formula uno, così carne lo è per le automobili, se la proposta di Gehry per una Porta d'accesso alla città dalla Via Emilia fosse stata approvata. Questo accadde prima che il museo Guggenheim di Gehry desse alla città di Bilbao una meravigliosa immagine culturale conosciuta in tutto il mondo. Naturalmente ci sono significative eccezioni alla triste immagine che volutamente ho cercato di tratteggiare, e specialmente a Roma. La capitale, almeno, ha subito una grande infusione di nuove idee architettoniche. Sembra che l'Ara Pacis avrà un'ampia veduta sulla riva del Tevere disegnata da Richard Meier, il quale è anche responsabile della chiesa del Giubileo, opera di profonda spiritualità Ci sarà finalmente un nuovo museo d'arte contemporanea su progetto di Zaha Hadid, ora in costruzione. Il grandioso Parco della Musica di Renzo Piano, recentemente completato, ha già dato un nuovo aspetto alla vita acustica ed urbanistica del Caput Mundi. Tuttavia queste brillanti creazioni sono secondo me delle eccezioni che confermano la regola. Dubito che il progetto di Meier sarebbe mai stato considerato se l'Ara Pads non avesse già ricevuto un impianto moderno sotto il fascismo con Vittorio Morpurgo, neli 1937. La chiesa di Meier a Roma fu commissionata dal Vaticano. Questa chiesa, il museo di Hadid e il centro musicale di Piano si trovano nella periferia, non nel cuore della città, in cui la loro costruzione non sarebbe mai stata permessa anche se ci fosse stato spazio. Interessante notare come una componente politica accompagni ognuna delle opere moderne e veramente innovative che ho menzionato, sia quelle costruite che quelle rimaste incompiute. Ad eccezione di Casa Masieri, un progetto privato, esse furono promosse o sotto il Fascismo o da parte dei partiti politici di sinistra del dopoguerra. Dico, tutte. Nonostante Fascismo e sinistra del dopoguerra non si accompagnino bene insieme, non credo che questa strana analogia sia casuale. Mi pare tuttavia che d sia un'altra ironia intorno alla strana storia che ho raccontato. Nella mia esperienza, e ne ho un po' alle spalle, molta dell'opposizione ai progetti moderni è venuta da una direzione che normalmente si associa politicamente con la sinistra liberale, in altre parole con i Verdi e Italia Nostra. Anni fa, in un dibattito pubblico sul progetto Gehry per Modena, l'allora capo del Partito dei Verdi e d'Italia Nostra a Modena, uomo di grande intelligenza, colto e simpatico, si pronunciò testualmente così: «Noi dobbiamo lasciare la città ai nostri figli esattamente come l'abbiamo trovata». Posso solo dire che questo radicale rifiuto del presente e del futuro, con l'enorme e opprimente peso del passato, da qualsiasi direzione esso venga, non è l'Italia mia. Né tantomeno, penso, l'Italia di Giulio Carlo Argan. Tratto dal discorso di Irving Lavin per il Premio internazionale Galileo Galilei dei Rotary Club italiani