Continua la crisi Scala, dopo le recenti polemiche berlusconiane sul "teatro degli sprechi" e in coda alla raffica di dimissioni dell'ultimo anno. Tanto che qualcuno parla apertamente di «golpe bianco» per commentare le ultime vicende sul rinnovo del Cda scaligero in scadenza il 16 novembre. Spieghiamo meglio: mercoledì la giornata al Piermarini era cominciata con l'Assemblea dei soci fondatori, che da copione ha dato il via libera al passaggio della Camera di Commercio a socio pubblico con diritto di nomina di un membro del Cda, aprendo poi alla possibilità che un'apposita modifica di legge consenta l'allargamento del Cda da 7 a 9 membri, così da far entrare in Consiglio la provincia di Milano, che con Penati si è detta pronta a ridiscutere «l'apporto finanziario che palazzo Isimbardi dovrà assicurare nel tempo alla Scala». Tutto bene, quindi? No. Perché poi mercoledì alla Provincia è stato presentato un conto diverso: cioè un via libera solo teorico all'ingresso come socio di diritto nel Cda, piazzato in mezzo ad alcuni paletti praticamente insormontabili. Prima precondizione: palazzo Isimbardi deve versare in un'unica tranche 10,6 milioni di euro: 2,7 per due anni, pari all'8 del contributo annuale che il Fondo unico per lo spettacolo gira al teatro (che poi era la tassa d'ingresso che la provincia si aspettava) a cui però è stata aggiunta un'ulteriore quota di 5,2 milioni per i quattro anni precedenti destinata al patrimonio della Fondazione, in base a una legge guarda caso approvata in extremis mercoledì. La seconda precondizione, invece, è che sia accolta dal governo la richiesta di portare il numero dei membri del Cda scaligero da sette a nove. Richiesta tutl'altro che scontata. Morale: è evidente che non esiste la volontà politica di accogliere la Provincia alla Scala. Il colpo di mano dell'altra sera, di qui «il golpe bianco» come lo chiama una fonte accreditata, «con cui è stato introdotto un ulteriore sbarramento finanziario, di fatto è una blindatura del governo scaligero. Quasi che si volesse far pagare alla provincia le liti in corso sulla Serravalle». Una piccineria notata anche dal moderato Sole 24 ore che ieri ha pubblicato un corsivetto al vetriolo sottolineando la piccineria dell'assemblea dei soci Scala nell'inventarsi strani cavilli pur di sbarrare la strada all'ingresso in teatro a Penati.Tra l'altro, come spiega Daniela Benelli, assessore provinciale alla Cultura, «si tratta di un atteggiamento suicida anche a prescindere dal nostro ruolo, perché questa clausolacapestro rischia di bloccare anche l'ingresso di altri soci, soprattutto ora che i tagli previsti al Fus in Finanziaria faranno mancare alla Scala ben 9 milioni di euro. Insemina è come se per fare un dispetto a noi si tagliassero gli attributi, al solo scopo di perpetuare un blocco di potere che in questi anni ha di fatto portato alla crisi del teatro». Una scelta di pura conservazione «sull'asse Albertini, Ermolli e Chevallard, il grande dominus della Camera di Commercio ambrosiana, a cui per ignavia si è associata la fondazione Cariplo che alla fine ha avvallato il colpo di mano», prosegue la nostra fonte. Unica concessione apparente: il Cda ha spedito una lettera al ministero dei Beni culturali con la richiesta di un emendamento alla finanziaria per poter allargare il Cda appunto da 7 a 9 membri. Un allargamento, anche qui, però tutt'altro che scontato, come ammette lo stesso vicepresidente Ermolli quando dice che per questo sono necessarie delle modifiche alla legge sulle Fondazioni.