«La Chiesa non è né si sente estranea al Paese: chi volesse ignorare questo dato di fatto, con ciò stesso rinnegherebbe una componente imprescindibile dell'identità nazionale, un fattore essenziale delle sue radici che, per quanto ci riguarda, vogliamo continuare a sviluppare e a mettere al servizio di tutti». Il vescovo Giuseppe Betori, segretario generale della Cei, interviene sul Concordato riflettendo sull'orizzonte storico che segna la vita e la cultura del nostro Paese, senza alcun accenno alle recenti polemiche di radicali e socialisti rispetto agli accordi tra Santa Sede e Repubblica, italiana. L'occasione è data dal convegno su «Il patrimonio culturale di interesse religioso dopo l'intesa del 26 gennaio 2005» presso la Fondazione Cini di Venezia. Il bene culturale diventa il simbolo di un rapporto fecondo tra Stato e Chiesa; le chiese, le opere d'arte, i codici miniati, le abbazie sono sì il frutto del genio della fede, ma la bellezza e la verità che esprimono è per tutti e costituiscono la nostra i-dentità di popolo. L'intesa del 2005 deriva da questo riconoscimento: «Si viene a dare forma - continua monsignor Betori -a una precisa consapevolezza da parte dello Stato; il bene artistico e culturale ecclesiastico entra nella sfera di attenzione del legislatore proprio perché l'autorità civile riconosce nell'espressione religiosa un elemento costitutivo dell'identità della società e della nazione. Da parte sua, l'autorità ecclesiastica - osserva ancora il segretario generale della Cei - nel ricercare le modalità più adeguate con cui inserire le peculiarità del bene ecclesiastico nel contesto comune della tutela e della valorizzazione dei beni artistici e culturali da parte dello Stato, riconosce all'opera concepita come espressione della fede e in funzione della fede un più ampio significato sociale, culturale e storico, che la rende anche patrimonio dell'intera società». Le due prospettive non si oppongono: al contrario si integrano, pur manifestandosi come frutto di una comprensione della realtà che resta specifica per ciascuno dei due soggetti, ma che ha per ambedue la medesima finalità di promuovere il bene delle persone e della comunità». La collaborazione tra Stato e Chiesa nel campo dei beni culturali trova la sua prima affermazione esplicita nel 1984, con il primo comma dell'articolo 12 dell'Accordo di revisione del Concordato lateranense, dove si afferma il principio di collaborazione tra Santa Sede e Repubblica italiana, nel rispettivo ordine, perla tutela del patrimonio storico artistico. E questo nel quadro più ampio introdotto dall'articolo 1, che impegnava le parti, dopo aver ribadito il principio di indipendenza e di sovranità, «alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del Paese». L'accordo del 1984 è stato possibile, continua il vescovo, a partire dal superamento «di antichi pregiudizi e avvalorando il metodo della collaborazione tra istituzioni usualmente impegnate nella ricerca di soluzioni atte a contemperare gli interessi di parte, a vantaggio del bene comune e della promozione integrale della persona». Una collaborazione, quella tra Stato e Chiesa, che il segretario della Cei fa risalire al Concilio.: «Il principio della sana cooperatio per il bene comune, felicemente compendiato nella ben nota formula del n. 76 della Costituzione Gaudium et spes, sintetizza un modello di relazioni che impegna lo Stato e la Chiesa alla piena promozione della persona umana e del suo vivere sociale, senza peraltro indulgere a confusioni di piani e di ordini. Tale principio richiede di essere tradotto e concretizzato in modalità e contenuti specifici rispetto alle materie di comune interesse, che toccano la dimensione spirituale della persona e in particolare le sue esigenze religiose, nella loro dimensione sia individuale sia comunitaria». «L'intesa si colloca - conclude Betori -nel contesto di quelle modalità di piena cittadinanza della Chiesa nella vita del nostro Paese, che ne contraddistinguono lo stile dei rapporti con la società civile e con le istituzioni. Auspico che questo stile di relazioni possa continuare a dare frutti, perché la legittima distinzione degli ordini non implica separatezza ma, al contrario, costituisce il presupposto di una feconda reciprocità».