Nel futuro di Niguarda c'è una data: l'8 maggio. Quel giorno, a Roma, presso il ministero dei Beni culturali, si deciderà la sorte del vecchio ospedale: se restare simile a quello che conosciamo o essere completamente ricostruito. I tecnici ministeriali dovranno appunto stabilire se l'edificio progettato dall'ingegner Marcovigi e dall'architetto Arata possa essere abbattuto. Perché l'obiettivo della Regione è quello di sostituire i padiglioni storici inaugurati nell'ormai lontano 1939 con un «nuovo» Niguarda, formato da due maxi edifici di tre piani, le cosiddette «piastre». Eppure, per molti milanesi il possibile arrivo delle ruspe potrebbe rappresentare quasi un sacrilegio. A sorpresa, l'ospedale è stato indicato dal Fondo per l'Ambiente italiano (Fai) come uno dei «luoghi del cuore» più segnalato dai propri iscritti milanesi. Un luogo da salvare. Mentre nel progetto regionale, del vecchio nosocomio resterebbe pochino: la facciata che chiude la prospettiva di via Ca' Granda, la chiesa interna, i due padiglioni inaugurati negli ultimissimi anni: e cioè, il nuovo pronto soccorso e l'unità spinale. Il piano, per il momento, consiste soprattutto in un progetto di fattibilità messo a punto da Finlombarda, la finanziaria controllata dalla Regione Lombardia. Prevede otto anni di lavori, ponendo il 2005 come data indicativa per l'apertura dei cantieri. Il costo previsto non è indifferente: circa 280 milioni di euro, il quaranta per cento della cifra dovrebbe venire dal finanziamento pubblico, il venti per cento dalla dismissione di alcuni terreni di proprietà dell'ospedale. La parte restante dovrebbe essere affidata al project financing. Con la concessione ai privati della gestione di parcheggi e strutture di supporto, ma anche, sembra, di alcune funzioni sanitarie. La transizione dall'ospedale vecchio a quello nuovo dovrebbe avvenire in due fasi. Prima la demolizione della parte attualmente meno utilizzata (il padiglione Ponti oggi è vuoto) per far posto alla prima «piastra», definita a media intensità di cura. Una volta completata, si procederebbe all'abbattimento dei restanti padiglioni per costruire la seconda «piastra», ad alta intensità di cura. Il tutto, ovviamente, soltanto in caso di via libera alle demolizioni. Venerdì il presidente lombardo Roberto Formigoni ha svolto un deciso pressing sul ministro per i Beni culturali, Giuliano Urbani. Per lunedì era invece atteso il pronunciamento della soprintendente Carla Di Francesco. Che tuttavia ha preferito un più ampio consulto. La pratica è stata trasmessa a Roma, e sarà affrontata dal comitato di settore, il pool di specialisti del ministero. La decisione è stata fissata, per 1'8 maggio, e fare previsioni di merito è impossibile. Anche se dal ministero si fa osservare che in passato è stato dato il via libera alle demolizioni di edifici di valore non straordinario in vista della realizzazione di grandi funzioni pubbliche. L'esempio citato è la nuova sede del Politecnico a Lecco, realizzata sulle ceneri del vecchio ospedale. Ma sul progetto esistono diverse perplessità. Giuseppe Landonio, oncologo al Niguarda, parla di «notevole spreco di risorse. Per il valore dei vecchi padiglioni, certamente. Ma anche tutte le ristrutturazioni degli ultimi anni ne risulterebbero vanificate», il padiglione della psichiatria ha infatti non più di dieci anni, e proprio in oncologia, al padiglione Falck, esiste una camera iperbarica non ancora inaugurata. Ristrutturazioni, infine, sono in corso presso i reparti di ematologia e su una parte del padiglione De Gasperis.