«Di solito, quando un oggetto d'arte o un reperto archeologico vengono trafugati, è raro che i ladri cerchino di piazzarli nella stessa area di provenienza, È probabile che parte delle opere saccheggiate dal museo di Baghdad restino nascoste, fuori o dentro il Paese, in attesa di essere spedite verso Stati più ricchi dove quello dell'arte, sia legale che clandestino, è un mercato florido». Fresco di nomina al nuovo grado («Ero colonnello, fino a quindici giorni fa»), il generale Ugo Zottin siede da otto mesi sulla poltrona di comando dei Carabinieri per la tutela del patrimonio culturale. Sono ai suoi ordini circa 300 militari, suddivisi fra il Comando di Roma e altri undici nuclei operativi nel resto d'Italia. Li chiamano i "cacciatori dei ladri d'arte" e la definizione non è esagerata. Dal 1970 a oggi, grazie alle loro investigazioni, oltre 703 mila oggetti sono stati recuperati in Italia e all'estero, più di 14.200 persone sono finite sotto indagine e quasi 4 mila agli arresti per reati connessi al furto e traffico di beni culturali. Risultati importanti, spiega il generale Zottin, «ma l'arma migliore contro i predoni resta la prevenzione, l'autotutela. Chi possiede un bene di rilevante valore artistico, che sia un cittadino o un'istituzione, dovrebbe custodirlo con attenzione, nei limiti del possibile. Ma soprattutto, dovrebbe sempre essere in possesso di una carta d'identità di quel bene, da allegare alla denuncia in caso di furto o smarrimento, per agevolare il compito a chi dovrà investigare. Si chiama documento dell'opera d'arte e si può trovarne un facsimile sul sito internet www.carabinieri.it». Le vostre indagini, anche per una sola opera, sono lunghe e complesse. Cosa accadrebbe se bisognasse seguire, di colpo, le tracce di centinaia di migliala di reperti? Pare che dal museo archeologico di Baghdad ne siano spariti 170mila... Anzitutto, bisognerà vedere se sono stati catalogati con precisione. In quel caso, sarà utile diffondere presso case d'asta, musei, enti internazionali e polizie di tutto il mondo, foto e caratteristiche di ogni singolo reperto. Per esempio, una missione del ministero dei Beni culturali italiano, dal quale il nostro Comando dipende funzionalmente, aveva già riportato dall'Iraq foto e altro materiale: 1200 oggetti asportati dai ladri nel 1991, dopo il precedente conflitto. Abbiamo inserito quel materiale nella banca dati delle opere scomparse, consumabile sul nostro sito e aggiornata di continuo grazie allo scambio di informazioni con la sede centrale Interpol di Lione. Se dovessimo imbatterci in uno di quegli oggetti durante un'indagine, potremmo riconoscerlo, Secondo la sua esperienza, dove potrebbero finire i beni trafugati in Iraq? È difficile dirlo. A volte pezzi di valore vengono tenuti nascosti per anni prima di essere proposti a nuovi acquirenti. Di solito, le indagini mostrano che la catena del traffico d'arte funziona così: dopo il furto, compiuto da ladri improvvisati o da specialisti, la refurtiva passa a un ricettatore di fiducia, più esperto se si tratta di capolavori. Costui provvederà a piazzare la merce presso mercatini locali, ma solo se è di poco prezzo. Se è di gran valore, invece la proporrà a collezionisti privati di sua conoscenza o antiquari di basso profilo e con pochi scrupoli. O perfino, contraffacendo i documenti di proprietà, a musei e case d'asta. Una situazione già accaduta? Qualche volta. Anche se, va detto, le istituzioni ritenevano in buona fede di acquistare un bene di provenienza lecita. Per esempio, nell'autunno 2002, abbiamo collaborato con Scotland Yard per il recupero di quindici preziose pagine miniate del Seicento, sottratte da un'abbazia di Asciano (Siena). Stavano per essere battute all'asta da una notissima casa inglese la quale, scoperto l'inganno, ha collaborato permettendone la restituzione. Verso quali altri Paesi si indirizza questo genere di traffici? Verso tutti quegli Stati ricchi, dove il mercato dell'arte incontra i favori del pubblico. Per piazzare pezzi importanti, bisogna trovare acquirenti danarosi.