COSENZA - Mosaici d'immenso valore risalenti al IV secolo avanti Cristo. Smontati, tassello dopo tassello, in antiche ville patrizie calabresi e rimontati con pazienza certosina sulle pareti di un umido magazzino di Capranica (Viterbo). Mosaici riproducenti l'immagine mitologica del dio Nettuno, padrone dei mari e signore dei fiumi. I carabinieri del Nucleo di tutela del patrimonio culturale sono rimasti senza parole, ritrovandoseli davanti durante le perquisizioni compiute , l'altra mattina in Lazio. Gli uomini del capitano Raffaele Giovinazzo erano entrati in azione per ordine del procuratore capo di Rossano, Dario Granieri. Nel mirino degli investigatori otto tra imprenditori, dipendenti pubblici e professionisti residenti a Roma, Capranica, Montefiascone, Pescia, Canino e Capodimonte, indagati per ricettazione di beni d'interesse storico. Imilitari si sono mossi seguendo la scia dei colloqui tra "tombaroli" calabresi e ricettatori romani. Colloqui intercettati per mesi su delega della magistratura inquirente ionica. Nella principesca abitazione di un promoter finanziario romano, sono stati rinvenuti pure dipinti falsi. "Croste" di Cascella, Mignego, Schifano e Guidi. Vasta la gamma di reperti archeologici recuperati in casa degli indagati. Si tratta di 54 monete, in argento e bronzo, di epoca ellenistica e romana provenienti dal Crotonese; vasi e inguentari con figure rosse e nere, del III secolo a. C. provenienti da necropoli di Strongoli (Crotone) e Paludi (Cosenza); pugnali e fibule di epoca etrusca. «I risultati investigativi - ha detto il capitano Giovinazzo - ci fanno ritenere esistente un vasto mercato clandestino di reperti archeologici attivo tra il Lazio e la Calabria. Un mercato che movimenta ingenti somme di denaro e che crediamo coinvolga anche altri stati dell'Unione europea». Da intercettazioni emergerebbe, infatti, l'interesse a piazzare addirittura a Parigi uno dei mosaici trafugati in Calabria. Gl'interlocutori - un "mediatore" calabrese e un ricettatore romano - ignari d'essere a-scoltati, parlano dello stato di conservazione del bene e dell'eventuale somma da richiedere agli acquirenti francesi. Le indagini dei carabinieri si sono estese a tutta la fascia di territorio regionale compresa tra Siba-ri e Isola Capo Rizzuto. L'interesse degli acquirenti esteri è, stato confermato da numerose inchieste condotte negli ultimi anni proprio dagli investigatori dei reparti coordinati dal generale Ugo Zottin. "Pezzi" rubati nelle necropoli calabresi sono stati infatti individuati in musei americani e nelle abitazioni dì facoltosi "collezionisti" svizzeri e inglesi. Con diverse operazioni avviate sul territorio nazionale, i carabinieri hanno a più riprese individuato organizzazioni di mercanti di reperti capaci di piazzare anfore, vasi, monete e crateri in tutta la Penisola. L'inchiesta che diede il via alle attività di contrasto e investigazione in Calabria, scattò nel 2001 e venne battezzata "Pandora". Coinvolse complessivamente settanta persone, trentotto delle quali finite in manette. L'indagine portò al recupero di centinaia di pezzi pregiati, saccheggiati nei siti archeologici di Campania, Puglia, Calabria, Sicilia, Basilicata e Lazio. Al traffico di reperti - secondo quanto riferito da tre diversi pentiti - sarebbe stata per un periodo interessata pure la 'ndranghe-ta del Pollino. I boss, infatti, imponevano il pagamento d'una somma di denaro ai "tombaroli" che "ripulivano" zone d'interesse storico della Sibaritide e dèi Castrovillarese.