Le prime due opere che mi vengono alla mente sono la Deposizione di Tivoli, un eccezionale gruppo ligneo del Medio Evo, e qualcuna tra le Storie bibliche di Jacopo Robusti detto il Tintoretto, per la Scuola di San Rocco a Venezia: Mosé che fa sgorgare l'acqua dalla roccia, o la Raccolta della manna: con Claudio Strinati, storico d'arte e soprintendente ai musei di Roma, parliamo della Pasqua e di chi l'ha eternata. Anzi, delle Pasque: domani incomincia quella ebraica, e domenica ricorre quella cattolica. Curvo su libri e immagini, Strinati si prepara ad una conferenza (domani alle 18, per la serie degli incontri Telecom) sulla Passione nell'arte. «Una bella contraddizione, parlarne al Casino dell'Aurora Odescalchi, dipinto da Guido Reni; cioè trattare forse il massimo tema religioso, giacché senza la Passione il Cristianesimo non avrebbe senso, sotto uno dei maggiori capolavori della pittura profana. Però, una tra le grandezze del "divin Guido" era anche di saper trattare con eguale delicatezza e sensibilità i temi sacri, e quelli che non lo erano». Ma torniamo alle opere in cui i giorni delle Pasque, cioè questa settimana, possono quasi "incarnarsi". «Nel Medioevo esistevano due concezioni della Passione: il Cristo patìens, cioè l'attimo in cui muore, e di cui resta esemplare - per dirne una - il Crocifisso di Cimabue; e il Cristo triumphans, uno dei cui campioni è la Crocifissione di Guido Reni a San Lorenzo in Lucina. Il prototipo del triumphans lo si deve forse a Giunta Pisano,un autore del l20; e un altro patiens è rappresentato dal dipinto di Van Dyck, la Crocifissione conservata nella sagrestia di San Marcello al Corso». E la Deposizione di Tivoli, che cosa c'entra? «Ritrae un istante immediatamnte successivo alla morte. Le braccia di Cristo sono già staccate dalla Croce; la Madonna e San Giovanni assistono impietriti; due pii trasportatori stanno per iniziare la loro opera. La cultura lignea, una delle poche arrivate a noi, fonde i due momenti. E' profondamente anticipatrice; è un perfetto equilibrio tra la meccanicità dell'azione tecnica dei due lavoratori che depongono il corpo a terra, e i mille sentimenti che animano la Madonna e San Giovanni. E' la civiltà che evolve verso il modo con cui noi la viviamo oggi; Cristo uomo e Cristo Dio vengono trattati sullo stesso piano, simmetricamente; coesistono. Sarà parto della mia fantasia, ma in quei cinque personaggi di legno, più un angelo che è a coronamento, io vedo la transizione verso Giotto e i nostri tempi: cioè il crinale tra il mondo antico e quello moderno. Siamo dentro uno dei dibattiti che più ha animato la storia dell'arte: l'opera d'arte come realtà, o come realtà dei sentimenti?». Claudio Strinati ricorda una frase celebre, Giotto che dal greco passa al latino; sottolinea quanto contemporaneamente i trasportatori sono fissi e arcaici, e le altre due figure vivono invece il sentire; spiega, celiando, che lui forse è un «praticante non credente», perché - come molti pratica «misteri altissimi cui attingere non è poi così semplice». «Il Dio che soffre è un concetto assai alto; ed io mi sento molto compreso nella cognizione del dolore, come avrebbe detto Gadda. Con un atto di fede assai più laico che non religioso, riesco ancora a commuovermi; vivo un rapporto emotivo, che nemmeno la burocrazia e il tanto praticare l'arte sono riusciti a cancellarmi». E consigliare altre tre opere romane ispirate alla Passione? «A Trinità dei Monti, la Discesa dalla Croce di Daniele da Volterra: che è un grande pittore il cui nome resta purtroppo legato a quei braghettonì apposti al Giudizio di Michelangelo; o, ancora a San Marcello, un Crocifisso ligneo del XIV secolo, unico sopravvissuto all'incendio che distrusse la chiesa, 1519, e che, sempre nel '500, portato in processione per Roma fermò la peste; o, infine, un altro Crocifisso ligneo del '400, a Santa Maria del Popolo: poco noto e poco studiato. No, di Caravaggio non cito nulla: è autore che non amo molto, mi ha sempre portato sfortuna; ma forse, me la porta perché non lo amo: chissà?». Ma c'è anche la Pasqua ebraica: ricordo della liberazione dalla schiavitù in Egitto; del viaggio di 40 anni fino alla Terra promessa. «E qui, i problemi sono altri. Agli ebrei, non è concesso ritrarre figure umane; quindi, noi abbiamo un'iconografia che è, comunque, di artisti cattolici. Ma a Venezia, ci sono,per esempio, le Storie bibliche di Jacopo Tintoretto. Peccato che non ci abbia lasciato un Passaggio del Mar Rosso: perché la sua dimensione, sempre epica, si attaglierebbe assai al soggetto. E io concepisco l'Esodo in chiave epica: la lotta dell'uomo contro le forze naturali, come, appunto, nel mare che si spalanca davanti alla verga di Mosè. In un altro campo, ho ancora davanti agli occhi le scene dei film di Cecil De Mille. E Tintoretto è un vero narratore biblico: ha sempre la dimensione di una piccola umanità, che si misura e combatte con immense forze della natura. Anche il suo soprannaturale, e penso alla Creazione degli animali delle Gallerie dell'Accademia di Venezia, sa essere sempre gigantesco; epico anch'esso». La Deposizióne di Tivoli, per qualche mese ancora, la si può ammirare nel museo di Palazzo Venezia: «C'erano dei problemi di conservazione nella cappella del Duomo dov'era ospitata, e l'abbiamo provvisoriamente ricoverata»: aumenta «le possibilità di un piccolo tour romano». «La Passione ha ispirato migliala di dipinti: anche perché, per un lungo periodo, le più importanti committenze erano di origini cattoliche; si dovevano ai Papi, ai cardinali, agli ordini e alle congregazioni religiosi». Un equivalente per la Pasqua ebraica «non può, purtroppo, esistere». E Strinati torna a parlare del Crocifisso di San Marcello: «Molto antico; assolutamente magnetico; conservato in una cappella laterale affrescata da Perin del Vaga, dove è sepolto anche il celebre cardinal Consalvi»; uno dei tanti tesori della Capitale troppo poco conosciuti e frequentati: anzi,quasi del tutto dimenticati. E, singolarmente, non cita neppure una Resurrezione: «Sono molto impressionato daldolore, da Cristo uomo e Dio che muore su quella croce. E mi piace che la Deposizione di Tivoli, nel manto della Madonna, nelle chiome di San Giovan ni e di un pio trasportatore, conservi ancora tracce della policromia che possedeva; dell'antico suo splendore».