Di appelli retorici, esibizionistici o comunque inutili, si sa, se ne scrivono tanti. Ma quello appena messo a punto dal professor Fabio Maniscalco, titolare di una cattedra unica in Italia denominata «Tutela dei Beni culturali» e istituita a Napoli presso l'università «L'Orientale», è di tutt'altro tipo. È un appello indignato, preciso, con risvolti operativi evidenti, rivolto agli Stati e alle istituzioni intemazionali perché recuperino i tesori archeologici razziati dai musei iracheni. E c'è da esser certi che, visti i suoi precedenti, il professore, docente della facoltà di Studi arabo-islamici del Mediterraneo, non si fermerà alla stesura del testo, alla generica deplorazione della razzìa di cui è oggetto il patrimonio culturale iracheno. Sì, perché Maniscalco - dal 1995 alla testa dell'Osservatorio dei Beni culturali nelle aree di crisi - è una sorta di 007 dei beni archeologici depredati. «In primo luogo, mi infiltro nel mercato clandestino nelle aree di conflitto», spiega. «L'ho già fatto a Sarajevo, dopo l'incendio, premeditato, della biblioteca nazionale da parte dei serbi. L'ho poi fatto in Kosovo. In quel caso, scoprii che l'esercito serbo, su ordine del governo centrale, aveva trasferito a Belgrado pezzi di musei e biblioteche saccheggiati o distrutti, negandone la presenza nei propri musei. Ho poi scoperto, però, che alcuni pezzi erano transitati dal mercato clandestino in Germania e Austria». Il professore ci racconta di aver conosciuto il generale Clark, oggi a capo delle forze armate alleate, che anni fa ebbe a lodare il suo lavoro, quando lo ebbe ospite in Belgio. E rivela che né la Nato né gli Usa né l'Inghilterra hanno ratificato la convenzione internazionale sui beni culturali, e perfino l'Unesco avrebbe cospicue inadempienze. È anche per questo che Maniscalco, autore di ponderosi volumi dove appaiono i risultati delle esperienze precedenti, nutre il fondato timore che «pezzi del patrimonio archeologico storico-artistico e librario dell'Iraq sarà illecitamente esportato in Paesi occidentali». II che sarebbe come infierire una seconda volta su una terra martoriata. Ecco perché è nato l'appello, cui si potrà aderire chiamando ai numeri 081-5922443 o all'indirizzo di posta eletttronica «osservatoriotin.it».