L'allarme lanciato da Legambiente a proposito delle condizioni di degrado in cui versano, a causa dell'inquinamento, i monumenti lungo il Cassaro pone l'accento su due questioni centrali, connesse e sinora irrisolte, relative alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio urbano: la necessità di pensare i singoli interventi di recupero e restauro in un'ottica progettuale unitaria anziché isolatamente per singoli tasselli, e di elaborare una strategia che tenga conto dell'equilibrio non facile tra le esigenze della conservazione dei brani della città antica da un lato e, dall'altro, delle funzioni economiche e residenziali di cui nessuna parte di città può prescindere. Questioni complesse che hanno alimentato per anni il dibattito sui centri storici, e che a Palermo sono rimaste quasi sempre lettera morta, affidate a iniziative estemporanee senza prevedere un processo di ridisegno graduale e ormai comunque improcrastinabile dei meccanismi di funzionamento della città. Col risultato, sotto gli occhi di tutti, di una rinuncia di fatto a controllare le cause del degrado ambientale, e lasciando alla mercé dei gas di scarico statue, decori, facciate di chiese e palazzi. Il caso di corso Vittorio Emanuele ma anche di via Maqueda è tanto più eclatante in quanto investe il fulcro monumentale e simbolico della città: la grande croce di strade che segna i confini dei quattro mandamenti del centro antico sulle cui direttrici si è andata sedimentando la sua storia urbana, l'audace piano di riconfigurazione degli antichi quartieri attuato attraverso il doppio prolungamento e la rettifica del Cassaro tra il l567 e il l581, e il taglio della Strada Nuova a partire dal 1600. Una successione di architetture dalla Cattedrale a piazza Bologna a San Giuseppe dei Teatini, dal complesso di piazze che dispone come un succedersi di quinte teatrali piazza Pretoria, Santa Maria dell'Ammiraglio e San Cataldo ai grandi palazzi aristocratici settecenteschi che dovrebbe avere per Palermo la stessa centralità che ha per Firenze l'asse che da piazza del Duomo conduce a piazza della Signoria, e che invece rimane pressoché invisibile: occultato dall'incessante fiumana di automobili il magnifico cannocchiale prospettico che conduce da Porta Felice a Porta Nuova, mortificata dalla sporcizia accumulata giorno per giorno la sontuosa cortina architettonica di palazzi nobiliari, occupata dai parcheggi selvaggi la sequenza dei piani rinascimentali e barocchi, lo spazio in cui fu convogliato lo sfarzo della città capitale soffoca e agonizza. Lo stato in cui versano oggi i Quattro Canti è forse l'esempio più evidente dei danni prodotti dall'assenza di una politica unitaria di tutela: appena pochi ani fa, il restauro aveva restituito la partitura delicata delle cromie della pietra e dei marmi, una variazione di bianchi e ocre oggi nuovamente annerita e bisognosa di un nuovo intervento; anche se, perla materia di cui ogni architettura è composta, ogni restauro rappresenta sempre un piccolo trauma, e le operazioni di pulitura non possono di conseguenza ripetersi di continuo. Una sorte simile attende, se non interverranno mutamenti capaci di rimuovere le cause del degrado, le statue ancora candide della Fontana Pretoria, la scena dell'Annunciazione e l'albero della vita che ornano il timpano del portico meridionale della Cattedrale, e la facciata dell'Oratorio del Santissimo Salvatore, dove, a restauro quasi ultimato, dalle impalcature occhieggia il ritrovato giallo paglierino della pietra anziché la densa superficie nera che avevamo conosciuto da sempre. Non vi è dubbio che la situazione è stata aggravata dalle decisione dell'attuale amministrazione di riaprire indiscriminatamente al traffico la via Maqueda, dopo che la relativa isola pedonale con l'apertura ai soli autobus di linea e ai veicoli delle forze dell'ordine e delle ambulanze aveva garantito una riduzione sensibile delle emissioni di gas di scarico delle automobili, le più nocive e corrosive. Una soluzione controversa quella adottata dalla precedente giunta, senza dubbio parziale e imperfetta, ma almeno un primo passo nella direzione giusta; abolita in nome della sicurezza dei pedoni, fu detto, in attesa di un piano traffico annunciato inizialmente tra le priorità e invece subito rimosso, che ha ridotto via Maqueda (ma lo stesso vale per corso Vittorio Emanuele) al collasso: con auto parcheggiate sui marciapiedi e in doppia fila ad ogni ora del giorno, operazioni di scarico delle merci effettuate in barba a qualsiasi ordinanza regolatrice, e i pedoni costretti a uno slalom (questo sì) pericoloso, per non dire di chi è costretto ad avventurarsi per la strada con bambini al seguito o su sedia a rotella. Nella città antica i diritti sono dei fuoristrada, non dei più deboli. I provvedimenti da prendere sarebbero almeno nel breve periodo impopolari probabilmente per gli automobilisti, certamente peri commercianti, e dovrebbero avere come approdo finale (ma in tempi certi) la pedonalizzazione delle due strade sull'esempio di quanto avviene in molte altre città italiane ed europee in aree della stessa estensione, prevedendo dissuasori a scomparsa per permettere l'accesso ai residenti, parcheggi vicini all'area pedonale, servizi continui di minibus elettrici; senza che il commercio ne soffra, anzi: perché una dimensione urbana diversamente ordinata e vivibile è al contrario la premessa per la riqualificazione commerciale dell'intera zona. Altrimenti, rassegniamoci alla progressiva e implacabile rovina dei monumenti simbolo della nostra storia.