"Money for nothing, chicks for free». La generazione che ha amato i Dire Straits non può essersi dimenticata la loro parodia canora dello show business: «Soldi per niente e gallinelle gratis». Ma non ditelo a Roberto Benigni, Nanni Moretti o ai fratelli Guzzanti, sempre sdegnosamente pronti a ridicolizzare tutti e tutto salvo la loro curiosa retorica sul taglio dei fondi allo spettacolo. La Finanziaria di quest'anno ha decurtato i sussidi a cinema, lirica e teatro da 460 a 300 milioni di euro, scatenando le proteste di attori, registi, maestranze e imprenditori). Questa sforbiciata «taglia i sogni» secondo Benigni, oppure è un attacco di Berlusconi alla sinistra cinematografica a sentire il regista Lizzani o è un colpo all'industria del turismo a parere di Pez-zotta ed Epifani (si veda anche l'articolo di Salvatore Carrubba sul Sole-24 Ore di ieri). Ma è proprio vero che la riduzione delle elargizioni di Stato è così dannosa oppure si tratta di money for nothing'? In primo luogo il concetto stesso di sovvenzione ad opere artistiche è contraddittorio. L'arte è libertà creativa: quale minaccia maggiore di un MinCulPop (il ministero del Ventennio) che insindacabilmente distribuisce soldi discriminando tra buoni e cattivi, raccomandati e indipendenti, apocalittici e integrati? In secondo luogo, lo Stato decide chi è bisognoso con criteri tutti suoi: ad esempio la lirica sarà pure meritevole, ma cos'hanno fatto di male i romanzieri e i saggisti per rimanere a bocca asciutta? Forse è giusto che i cantanti pop debbano mantenersi da soli, ma cosa dire dei filmetti tipo Mutande pazze che ottennero i loro regolari contributi? Terza considerazione: come sempre accade, l'aiutino pubblico diminuisce l'efficienza. I sussidi sono forse serviti a migliorare la qualità del cinema italiano? O a sconfiggere la concorrenza degli studios americani? Chi conosce la sindacalizza-zione degli enti lirici ivi compresa la Scala di Milano sa benissimo che se fossero applicati dei criteri di efficienza in termini di orari e salari l'attuale situazione verrebbe ribaltata. Se i teatri producessero a costi più competitivi, i prezzi diminuirebbero, le rappresentazioni aumenterebbero e così gli spettatori... eppure non si fa. A ulteriore riprova di ciò si possono guardare delle semplici statistiche che riguardano il cinema. Appare evidente, ad esempio, come non ci sia correlazione tra ammontare di investimenti privati e pubblici (i secondi non influiscono positivamente sui primi), né tra questi ultimi e il numero di presenze in sala per vedere film italiani o coprodotti in Italia. Nell'ultimo quinquennio, il miglior anno per il numero di spettatori di film italiani (il 2002, con il 23 del totale) è stato preceduto da quello con meno contributi statali (il 2001 che è l'anno da considerare visto lo iato temporale tra produzione e uscita del film). Tale non parallelismo si riscontra in tutto il quinquennio. A voler esser sadici si nota anche che il sovvenzionatissimo cinema francese nel 2003 e 2004 è stato visto solo dall'1,5 degli spettatori italiani, crollando rispetto agli anni precedenti. La Mente Pubblica non garantisce qualità, parbleu. Quarto punto. L'intrattenimento, anche culturale, è una priorità? Dovendo scegliere tra il ridurre la spesa sociale per gli handicappati o gli anziani e quella per Gabriele Muccino, credo che ci siano pochi dubbi su cosa privilegiare. Penultima osservazione: i privati hanno pochi incentivi a sovvenzionare conservatori ed enti lirici se non hanno agevolazioni fiscali e non possono inserirsi nella gestione. Entrambe queste politiche sono però oggi inattuate. Infine: chi magari si oppone ferocemente alla fiat tax perché la trova iniqua (e non lo è), appoggia invece un sistema di redistribuzione delle risorse altamente regressivo in cui i poveri pagano i divertimenti dei ricchi. I fruitori dello spettacolo appartengono infatti alla classe media e alta. La presenza di qualche loggionista squattrinato non intacca la logica dei grandi numeri: gli abbonati alla Fenice, gli amanti di Mozart e i cinefili hanno redditi superiori alla media. È bene che le tasse servano a sovvenzionare i loro urbani piaceri? Insomma, se proprio gli operatori del settore si sentono di utilizzare al meglio altro denaro oltre a quello a disposizione, è bene che si industrino a trovare forme alternative di finanziamento, magari inventando un nuovo bond, James Bond.
il Sole 24 Ore
22 Ottobre 2005
Lo spettacolo? È senza qualità
AL
Alessandro De Nicola
il Sole 24 Ore
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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