II sergente Nathan Braswell, 24 anni, ha preso una bandiera irachena, l'ha ripiegata in quattro, sistemata in una busta di cellophane: «È grande e in buone condizioni. Spero di metterla in vendita su e-Bay». Su e-Bay, mercato on-line dove è possibile vendere e comprare di tutto in ogni parte del mondo, finora si trovano soltanto banconote irachene originali (i dinari) con il ritratto di Saddam Hussein fronte-retro, cedute per 9.99 dollari l'una; si trovano tazze e magliette che prendono in giro il rais; e si trovano riproduzioni di mostrine militari. Ma in rete, nei circuiti non ufficiali, si è già aperta la caccia agli oggetti più ambiti: i simboli del regime raccolti qua e là o i reperti archeologici trafugati nei giorni scorsi dal museo di Baghdad, migliaia di opere e testimonianze preziose che vanno dalla civiltà dei Sumeri del 3500 a.C. fino alla fine del califfato islamico di Ab-basid nel 1258 d.C. O il tesoro dei libri della Biblioteca nazionale, incendiata domenica da alcuni vandali che volevano entrare a rubare. Saccheggi che continuano a far discutere. Ieri è arrivata la pesantissima accusa dei più famosi studiosi e archeologi americani. «Ci erano state date assicurazioni che i siti e il museo sarebbero stati protetti. E sono sicuro che avevano capito che il Museo nazionale era il sito archeologico più importante di tutto il Paese», ha detto al Washington Post Mc Guire Gibson, specialista dell'Istituto orientale dell'università di Chicago. Insomma: il Pentagono sapeva del rischio che avrebbero corso il museo di Baghdad e gli altri storici del Paese, ma non ha fatto niente per difenderli. E sì che nei mesi precedenti all'attacco, il ministero della Difesa era stato bersagliato da e-mail di esperti e specialisti che chiedevano protezione per i siti archeologici. «Gli Stati Uniti si rendono conto dei loro doveri e stiamo assumendo il molo di maggiore responsabilità rispetto alle antichità in generale e al museo di Baghdad in particolare», ha detto ieri il segretario di Stato americano Colin Powell. Powell ha sottolineato di aver avuto contatti in tal senso con l'Unesco (agenzia dell'Onu per la cultura, la scienza e l'istruzione) e con il collega greco Ghiorgos Papandreou per l'Unione europea. «Gli Stati Uniti lavoreranno con tutti le persone e organizzazioni competenti non solo per mettere al sicuro i luoghi storici ma anche per ritrovare e partecipare al restauro delle opere che mancano all'appello», ha concluso. «Ma a questo punto andrebbero istituiti anche dei controlli alla frontiera per bloccare i reperti in uscita dal Paese», ha suggerito l'archeologo e storico dell'arte John Russel, del Massachussetts College of Art. «C'è una rete di trafficanti in Iraq -ha spiegato-e a guidare i furti potrebbero essere dei veri professionisti».
Caccia al "reperto" in Rete. In vendita i "soldi" del rais
Il sergente Nathan Braswell ha trovato una bandiera irachena in buone condizioni e la vuole vendere su e-Bay. La bandiera è un simbolo del regime di Saddam Hussein. In rete, si è aperta la caccia agli oggetti più ambiti, tra cui reperti archeologici trafugati dai musei di Baghdad. I più famosi studiosi e archeologi americani hanno accusato il Pentagono di non aver protetto il museo di Baghdad e gli altri siti archeologici. Il segretario di Stato americano Colin Powell ha affermato che gli Stati Uniti si rendono conto dei loro doveri e stanno assumendo la responsabilità per la protezione delle antichità.
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