"Il patrimonio artistico e archeologico dell'antica Mesopotamia sta subendo danni irreversibili: bisogna fare qualcosa fin a che si è in tempo, sempre ammesso che si sia ancora in tempo". A lanciare l'allarme, con torni quasi angosciati, è Giovanni Pettinato, ordinario di assiriologia alla Sapienza di Roma e da anni impegnato in ricerche nell'antico vicino oriente. Quali azioni concrete si possono fare? Lei e i colleghi studiosi, cosa state facendo in particolare? Abbiamo preparato e presentato a più riprese all' Unesco (l'Onu dei beni culturali che ha sede a Parigi) documenti dettagliati che intendono sensibilizzare i politici e i militari sulla gravità della situazione. Ma non c'è niente da fare: resto completamente pessimista sul buon esito dei nostri tentativi: l'Unesco è un'associazione pachidermica, in mano agli americani, che, pur non pagando da anni la loro quota, prendono da soli le decisioni più importanti. Quali sono le strutture già danneggiate e quali rischiano di più? Senza dubbio i grandi siti nel sud, quelli vicino a Bassora, come Ur, Uruk e Lagash; ma anche quelli posti a nord, vicino a Mosul, come Nimrud e Ninive, già colpiti durante gli anni dell'embargo. Il peggio potrebbe capitare a Babilonia: le strutture sono delicate e basta poco a distruggerle. A Baghdad sono in pericolo tutti i grandi spazi museali, di cui la capitale è ricca. E' notizia di queste ultime ore che la biblioteca nazionale, con i suoi antichi manoscritti in pergamena, finemente decorati, e con le prime edizioni a stampa, è stata saccheggiata. E poi molto critica è la situazione del museo archeologico, quotidianamente devastato. A proposito del museo archeologico, il suo collega dell'Università di Torino, Gullini, ha detto che le stime dei responsabili del museo sono fasulle: non possono venire trafugati in due giorni 170.000 reperti, di cui alcuni anche di notevoli dimensioni. Qual è la sua o-pinione? Non sono d'accordo con Gullini: la direttrice del museo archeologico è una persona competente, responsabile e l'unica ad avere il Polso della situazione. La cifra non deve impressionarci: solo i sigilli e le tavolette inventariate sono ben oltre 100.000. Non credo che in questo caso i responsabili delle antichità vogliano coprire degli ammanchi o delle occultazioni di oggetti, che pure, sotto il regime di Saddam, possono esserci stati. Il governo italiano quali interventi concreti può operare? Dovrebbe organizzare o quanto meno finanziare spedizioni di studiosi, di specialisti (archeologi, architetti, restauratori) per appoggiare il restauro e in alcuni casi la ricostruzione di strutture gravemente danneggiate. E dovrebbe colpire con maggior efficacia i trafugatori di beni provenienti da quelle aree, qualora venissero identificati. Ma gli interventi devono essere coordinati tra gli Stati: occorre al più presto una sorta di polizia internazionale preposta alla salvaguardia dei beni culturali nelle regioni a rischio. Voi esperti state sensibilizzando il nostro ministero degli Esteri? Abbiamo preparato un documento dettagliato anche per la Farnesina: si tratta della mappatura di tutti i siti archeologici e dei musei iracheni, bisognosi di interventi rapidi o comunque di stretta sorveglianza. Questi documenti saranno aggiornati man mano che arriveranno notizie dall'Iraq. Quindi, lei proporrebbe anche una maggior intesa "archeologica" tra i governi mediorientali, spesso così divisi dalla politica? Certamente. È l'interesse per un passato comune, per un "idem sentire" a unire le singole entità statali di quella zona. Qui è nata la civiltà occidentale, qui si sono formate le prime realtà urbane e le prime forme di stato; qui è nata la scrittura; qui si sono originate le tre grandi religioni monoteiste. Proprio ad Ur ha infatti le proprie radici l'Antico Testamento: da Ur sarebbe partito il patriarca Abramo nel suo lungo cammino, che l'avrebbe portato nella terra di Canaan, l'attuale Israele. La ricerca storica, l'esplorazione archeologica e in sintesi la gestione di 7000 anni di patrimonio artistico e archeologico possono unire una regione politicamente divisa e oggi ferita a morte.