La manifestazione snobistica, autoreferenziale, corporativa organizzata la settimana scorsa a Roma dagli uomini di spettacolo contro i tagli al settore della cultura sembrava fatta apposta per suscitare l'irritazione dell'opinione pubblica e l'indifferenza della classe di governo. Peccato: un'altra occasione mancata. Perché l'emergenza è seria e andrebbe affrontata senza trasmettere l'impressione di difendere a tutti i costi i propri interessi di bottega (o di botteghino). Cominciamo con il ricordare che la cultura non è solo spettacolo. Per quanto siano gravi i tagli al Fondo unico per lo spettacolo, l'intervento pubblico a favore della cultura si spiega su un terreno assai più ampio, che comprende molti altri settori, a partire da quello delicatissimo e insostituibile della tutela (che, ricordiamolo, è rimasto di competenza statale). Non solo film, dunque, ma musei, aree archeologiche, biblioteche, archivi; tutti vittime dei drastici tagli della Finanziaria e del decreto "tagliaspese". Anche il liberista più incallito riconosce che tutte queste attività costituiscono casi da manuale del cosiddetto "fallimento del mercato": sono cioè settori e attività che non possono reggersi sul mercato, nei quali i ricavi non possono pareggiare i costi. Non può avvenire in Italia, non avviene nel resto del mondo. Non solo nei casi (per esempio archivi e biblioteche) in cui i ricavi mancano del tutto, ma anche in quelli che comunque prevedono delle entrate. Se i musei dovessero reggersi solo sui ricavi, compresi quelli dai troppo mitizzati "servizi aggiuntivi", in tutto il mondo ne resterebbero aperti, forse, un paio. La cultura, insomma, va sostenuta non per quello che rende ma per quello che è. E dobbiamo sperare che il ministro Buttiglione riesca a farlo comprendere ai suoi colleghi. Se dunque l'intervento pubblico resta indispensabile (e infatti tutti i Paesi sulla cultura investono, assai più dell'Italia) va aggiunto che c'è modo e modo di gestire. E che è perciò sacrosanto cercare di introdurre elementi di managerialità nella gestione di tutte le attività culturali, proprio per evitare sprechi ormai ingiustificabili, di cui alcuni leggendari contributi a pellicole mai uscite nelle sale cinematografiche sono solo l'esempio più eclatante. D'altra parte, è ben difficile educare alla managerialità offrendo il pessimo esempio di un finanziatore che, a pochi mesi dall'inizio di attività che si organizzano spesso con anni di anticipo, taglia all'improvviso e drasticamente il proprio contributo. Non c'è azienda che potrebbe reggere a un simile stile di gestione. Quello che servirebbe, dunque, non è impugnare l'accetta a settembre, ma lavorare di bisturi tutto l'anno; e immettere nel sistema quegli elementi di buona gestione che possano correggere l'impressione (non sempre fondata) che cultura e spettacolo siano solo sinonimi di scialo e prodigalità. Va anche riconosciuto che qualche segnale di novità c'è stato: i pur timidi accenni di defiscalizzazione ai contributi privati alla cultura, la cui portata è stata proprio di recente ampliata, rappresentano l'accenno di una svolta che andrebbe maggiormente pubblicizzata dallo Stato e utilizzata dai privati; la legge sul cinema è stata riformata; i tentativi di allargare alla collaborazione con i privati la gestione di grandi istituzioni culturali come musei e teatri d'opera vanno potenziati, riformati se necessario, ma non certo abbandonati; nuovi canali di finanziamento sono stati introdotti, quali i contributi dai grandi lavori e i proventi della giocata del Lotto: e sarebbe interessante far conoscere con maggiori dettagli quanto rendano e come siano investiti. Sia lo Stato (con gli enti locali) che il mondo della cultura devono dunque cambiare atteggiamento. Il primo, per dimostrare di credere nella cultura. Il secondo, per acquistare quella capacità e responsabilità di gestione che l'affranchi dalla soggezione a politici e burocrati. Entrambi, per utilizzare al meglio risorse pubbliche sempre più scarse, mobilitare quelle private, appassionare sempre di più i consumatori.