Abbandonate o snaturate, pagano anni di pregiudizi ideologici. A Cattolica un'opera futurista è diventata acquapark Roma. Passate da un'istituzione all'altra come fossero patate bollenti, le vecchie colonie fasciste non hanno avuto vita facile nel corso del dopoguerra. Molte sono cadute preda del degrado, altre hanno subito l'ingloriosa trasformazione in parco acquatico o multiproprietà. Eppure si tratta di pezzi storicamente interessanti, espressioni di un'architettura che a pieno titolo fa parte del patrimonio artistico dei Bel Paese. Che anzi, per un nutrito gruppo di architetti, dovrebbe essere inserita nella lista dei capolavori dell'umanità. Alcuni fra i più noti progettisti italiani, come riportato un in ampio servizio del quotidiano "II Resto del Carlino", hanno segnalato le strutture all'Unesco, considerandole meritevoli della tutela del massimo organismo mondiale per la salvaguardia dei beni culturali. In particolare, le case di villeggiatura volute dal fascismo per i bambini meno abbienti punteggiano la riviera romagnola: da Cervia a Cattolica sono 240. Si tratta di esemplari molto diversi tra loro per valore artistico, storico e monumentale, ma sono accomunate da un destino di mortificazioni e piani di recupero mai attuati. «Per sessant'anni sono state abbandonate spiega al "Resto" l'architetto riminese Giuseppe Anelli perché hanno il peccato originale di essere state costruite durante il fascismo, adesso si riqualificano con interventi che ne distruggono la dignità». Dal 1993 esiste un progetto di recupero della Regione Emilia Romagna: un programma quadro di valorizzazione che parte dai piani territoriali e provinciali. Ma attualmente molte colonie, anche quelle che rappresentano un unicum sulla scena dell'architettura internazionale, sono finite in mano a immobiliaristi e holding. La colonia "Veronese" di Cesenatico, per esempio, è stata comprata per 8 milioni e 3oomila euro da un gruppo di imprenditori che ne ricaveranno un albergo di lusso. Sono diventate centri congressi le colonie "Bolognese", "Reggiana" e "Dalmine" di Miramare, mentre le "Navi" di Cattolica sono ormai un parco giochi acquatico, con proprietà partecipata dal Comune. Quest'ultimo esempio è forse il più rappresentativo: la colonia XXV ottobre, inaugurata nel 1934, fu progettata dall'ingegnere Clemente Busiri-Vici, era un villaggio visionario, costituito da palazzi a forma di nave, una vera e propria flotta di cemento che evoca tutto l'immaginario maccanico del futurismo. Ancora secondo Anelli questo tipo di interventi non rappresenta «piani di recupero, ma politica del mattone» e aggrava la situazione che creata da quando lo Stato ha passato la competenza sulle excolonie alle Regioni. In effetti, con questo stato dell'arte, anche la proposta degli architetti italiani per un interessamento dell'Unesco sembra poco percorribile. Il problema è legato alla presenza dei privati nella proprietà,,ai costi delle operazioni per una eventuale riconversione da attività commerciali a luoghi di fruizione pubblica e al fatto che gli immobili non dismessi si trovano in condizioni di totale abbandono. «Oggi spiega il presidente provinciale di An di Rimini, Gioenzo Renzi ci vogliono capitali e risorse importanti per recuperare questo patrimonio, che è stato dilapidato nel corso di oltre cinquanta anni. Anche la manutenzione ordinaria è stata trascurata denuncia l'esponente di An tetti e pavimenti cadevano a pezzi senza che nessuno intervenisse». Renzi spiega quindi che «oggi pensare a un serio piano di recupero significa restituire queste strutture ai cittadini e non inserirle in qualche progetto di speculazione edilizia per perseguire l'ottica del profitto». An da anni avanza una proposta precisa rimasta, però, inascoltata: «Bisogna unire recupero filologico e fruibilità pubblica». «La nostra idea precisa Renzi è che qui vadano realizzati punti di aggregazione, sedi di servizi, strutture ricreative in modo da restituire alle colonie quella vocazione alla pubblica utilità che avevano nella loro destinazione originaria».