«Non siamo "burocrati ammazzabellezze", ma tecnici seri e responsabili». E' la ferma quanto indignata risposta che tutti i funzionari tecnici delle Soprintendenze del Piemonte danno al quotidiano «II Giornale», che il 17 ottobre ha così intitolato un commento di Vittorio Sgarbi. Nell'articolo il direttore regionale ai Beni Culturali Mario Turetta e i Soprintendenti Francesco Pernice e Marina Sapelli Ragni sono considerati «insensibili, senza passione», «tutti insieme, con diverse responsabilità». Secondo Sgarbi «hanno acconsentito l'abbattimento del Politeama Garibaldi ad Acqui Terme, un teatro della fine dell'Ottocento ritenuto di nessun pregio. Inutili le grida di parlamentari di ogni parte politica, Biondi, Rava, Patria, Pistone, inutili le sollecitazioni del sottosegretario Bono. Due ispettori, come oracoli, hanno firmato la sentenza di morte». E' una ricostruzione dei fatti che 27 tecnici delle Soprintendenze contestano con una lettera: «Respingiamo le accuse che vengono rivolte ai nostri uffici - scrivono - per riaffermare la nostra posizione di tecnici seri e capaci, qualità che ci sono ampiamente riconosciute sul territorio in cui da anni operiamo». «Siamo stati descritti - come nel caso degli scavi nelle piazze torinesi - come archeologi capaci di far radere al suolo ville romane, mentre nel caso del Politeama di Acqui Terme ci hanno dipinto come architetti che sostituiscono senza batter ciglio parcheggi ad antichi teatri. Nulla di questo è vero. Ve ne è la prova obiettiva nel fatto che i comitati tecnico-scientifici, massima autorità voluta dalla legge in materia di beni culturali, in entrambi i casi hanno confermato che né i resti romani delle piazze di Torino, né il Politeama di Acqui possiedono quel requisito d'"interesse particolarmente importante" che ne avrebbe imposto la conservazione, riconoscendo in tal modo la correttezza delle valutazioni da noi espresse, con imparzialità e rigore». Sull'ex Politeama, che diventerà un autosilos, interviene la funzionaria Carla Maria Visconti, della Soprintendenza ai Beni architettonici: «Si è sollevato un polverone, ma nessun politico pare conoscere la realtà dei fatti. Il Politeama di Acqui fu inaugurato nel 1894. Ma nel 1940 venne in gran parte rimodellato, con opere che cancellarono la sua identità ottocentesca. Dell'epoca Liberty sopravvissero alcune parti e il foyer, che lo sviluppo successivo dell'attiguo palazzo Papis ha incorporato e che sono tutt'ora esistenti. Noi siamo stati chiamati a pronunciarci in merito al valore del palcoscenico e della cavea, realizzati nel 1940 e poi mutati in cinema. Venne chiuso nel 1982 e da allora patì grave degrado». «Non abbiamo riconosciuto a quelle strutture - prosegue Visconti - l'interesse "particolarmente importante" che la legge richiede per vincolare una proprietà privata. Della stessa opinione è stato il comitato tecnico scientifico del Ministero». «Posso capire interviene l'architetto Luisa Papotti - che qualcuno preferisca un teatro a un autosilos. Ma la cosa non riguarda i nostri uffici, che osservano le norme vigenti e hanno il diritto di chiedere rispetto sul loro operato». «Ogni giorno - scrivono i tecnici delle Soprintendenze -affrontiamo la difficile scelta d'interpretare il cambiamento della città. In questo lavoro ci confrontiamo con l'equilibrato giudizio suggerito dalle norme, che non deve essere distratto dalle luci di occasionali palcoscenici o dal fascino di facile ribalte». «Facciamo tutela non teatrini politici» taglia corto l'architetto Papotti. «Siamo stufi di sentirci aggredire per mezzo stampa da certa classe politica. Troppo spesso qualcuno ci giudica in base a conoscenze limitate dei fatti che denuncia. Per non parlare di coloro che non sanno nemmeno bene quali sono le nostre funzioni e le norme che le disciplinano». «Nel caso di Acqui - ricorda Visconti - gli animi sono stati eccitati dalla diffusione di foto che ritraevano il teatro nell'allestimento precedente il 1940». Un errore? «Spero che non sia il frutto di cattiva o malevola informazione». «Comprendo molto bene il disagio dei miei funzionari» nota Mario Turetta. «Sono pochi, sotto organico, ma lavorano con passione, a tutela del nostro patrimonio . Li capisco se si sentono denigrati vengono definiti ".burocrati ammazza bellezze", soprattutto quando sanno che le loro scelte hanno avuto conferma nei superiori comitati tecnico-scientifici del Ministero». I politici questo lo sanno o fingono di non saperlo? «Diciamo che dovrebbero fidarsi di più. dei tecnici, di chi dedica la vita a questo mestiere».