I tagli devono rientrare o il ministro dovrà cambiare»: è con una dichiarazione in rima - una minaccia di dimissioni se nella Finanziaria 2006 persisteranno i tagli previsti per il ministero dei Beni e le Attività Culturali - che il ministro Buttiglione replica a Federico Motta. Il presidente dell'Associazione Italiana Editori, in apertura della LVII edizione della Buchmesse, ieri mattina al Punto Italia, ha presentato la relazione annuale sullo stato della nostra editoria. Una relazione che, com'è ormai tradizione da qualche anno, si è trasformata in un; 'accuse al disinteresse del governo per il settore: se la Finanziaria 2006, appunto, ambisce - come viene detto - a coniugare «rigore e sviluppo», il libro, chiede Motta al Ministro, da che parte pende? La replica è, appunto, l'annuncio di dimissioni, se per il Mbaac resterà solo la voce «rigore»: «Io non sono abbastanza bravo per realizzare le finalità istituzionali del ministero con i fondi attualmente previsti, forse ci sarà un mago dell'economia culturale che riuscirà a farlo» afferma Buttiglione. Aggiunge che i tagli al suo dicastero sono poca cosa per le casse del governo, ma hanno un «elevato impatto simbolico». Buttiglione - cui il presidente dell'Aie riconosce il merito d'aver chiuso la partita, in stallo da quattro anni, dei diritti sulle fotocopie effettuate nelle biblioteche statali - ricuce in parte lo strappo tra imprenditori e dicastero di via del Collegio Romano provocato dal suo predecessore Urbani con un tragicomico intervento, un anno fa, agli Stati Generali dell'Editoria al romano San Michele. Battuta acida, invece, per gli altri comparti in sofferenza: «volgare», giudica, la protesta allestita dai lavoratori dello spettacolo, colpevoli dì rubar la scena (già, sono attori...) ad altri settori a rischio, come musei e biblioteche. Volgari e «di una sola parte politica»: dunque, si chiede, cosa vogliono? Caso vuole che, quest'anno, le date della Buchmesse - la più grande fiera di «contenuti» del mondo, con 7.200 espositori da 100 paesi, 327 gli italiani - coincidano con la battaglia, a Roma, per la Finanziaria 2006. Sicché, arriva in trasferta in sede planetaria la crisi della nostra maggioranza di governo, d'altronde, l'editoria non è un mondo chiuso. Lo dimostrano le cioè rese pubbliche qui dal presidente dell'Aie: anche in questa sfera, in termini di consumi, cioè di lettori, si allarga sempre più la forbice tra chi consuma moltissimo e chi consuma zero. Ma vediamo i numeri. Motta, a dimostrazione della salubrità del comparto, esordisce con quelle che concernono l'export: nel 2004 abbiamo esportato per 191 milioni di euro, con un incremento sul 2003 del 3,2. Pesano, nell'export, i nuovi mercati: la Polonia (2,2 milioni di euro di import di libri) vale già oggi quasi quanto i Paesi Bassi; l'import della {federazione Russa (1,5 mln di euro di libri) è cresciuto, in due anni del 32,2, ti grosso, comunque - il 75,5 - è assorbito dalla Uè, il 10,1 dagli Usa, restano quindi aree vaste del pianeta dove la nostra editoria non sfonda. Cala, invece, l'import: nel 2001 - anno finale di un decennio in cui esso era cresciuto - un libro su quattro era tradotto, oggi uno su cinque. Ma analizziamo, ora, il nostro mercato interno: nel 2004 il settore - libri, editoria scolastica, collezionabi-li, editoria elettronica, coedizioni, export - ha fatturato 3.760 milioni di euro, escluse le vendite di volumi allegati ai quotidiani (queste, per 480 milioni di euro). 54.000 i titoli pubblicati tra novità (il 64) e ristampe e un po' più di 252 milioni le copie stampate e immesse nei canali di vendita. Dato negativo: continua a diminuire, però, la tiratura media, che, tra il 2000 e il 2004, è passata da 4.900 copie a 4.600. Il che, l'abbiamo scritto più volte, è frutto dell'accelerazione consumistica che impone anche a ciò che ha bisogno di tempi lunghi per farsi conoscere e apprezzare - il libro appunto - ritmi usa-e-getta, sulla scaffale delle librerie tre settimane, poi via. Questo, per l'offerta. Ma il capitolo dolente resta l'altro, la lettura. Con il 41,4 di popolazione sopra i sei anni di età che legge - incremento lievissimo sugli anni precedenti - restiamo il fanalino di coda nel mondo ricco. E si allarga sempre più - lo dicevamo - la forbice tra chi legge e chi no: si legge di più al Nord Italia, leggono di più le donne, leggono di più i diplomati e laureati, si legge soprattutto nella fascia d'età tra i 45 e i 54 anni; leggono meno al Sud, gli uomini, chi ha titolo inferiore di studio. Ma il mondo del libro può non risentire della crisi che investe gli altri consumi? I primi sei mesi del 2005 registrano una diminuzione dello 0,5 nelle copie vendute. Il problema, insomma, è quello della «diffusione di cultura». E ha buon agio il presidente dell'Aie a sottolineare che questo è un problema pubblico, che concerne la politica: «E una partita dice al ministro «che non può essere affidata a un'associazione di categoria». . ,