II sistema dei finanziamenti allo spettacolo è fallito e va riformato completamente. Una riforma da fare bene e subito, pena mettere inginocchio un settore che conta 200.000 addetti, più le loro famiglie, la stragrande maggioranza dei quali non sono star superpagate, ma oscuri ed indispensabili attrezzisti, elettricisti, sarti, falegnami, meccanici, autisti, musicisti, e via elencando. Governi di sinistra e di destra si sono comportati nello stesso modo: finanziamenti a pioggia, qualche volta clientelari, con un deprimente rito in cui si assisteva al tira e molla tra le associazioni di settore sull'entità del Fondo Unico per lo Spettacolo (circa 500 milioni di euro l'anno da distribuire tra cinema, prosa, lirica, danza e circhi). Questa ritualità, spero diventi un ricordo del passato. Il settore ha bisogno sì di robuste iniezioni di risorse e non è certo la dotazione del Fus che può consentirne il salto di qualità. Nessuno sembra curarsi di finanziamenti a film "invisibili" (talvolta "invedibili") e pubblico inesistente, o tra messe in scena liriche faraoniche e la quasi totalità dei cittadini che non avrà mai il piacere di vederle. Siamo sicuri che l'ampio mantello della cultura debba coprire tutto indistintamente? Credo di no. Il pur apprezzabile tentativo del Ministro Urbani nei confronti del cinema è sicuramente andato nella direzione della liberalizzazione dai lacci e lacciuoli che appesantivano la nostra cinematografia, ma non ha introdotto quei meccanismi fiscali in grado di attrarre capitali, agevolare investimenti stranieri in Italia, creare un rapporto virtuoso tra cinema e turismo. L'intervento dello Stato nella cultura deve privilegiare la ricerca, ma deve anche promuovere una maggiore partecipazione del pubblico. E torniamo all'ampio mantello di cui sopra con in aggiunta una nota paradossale e cioè, come hanno sostenuto alcuni intellettuali, la bocciatura degli spettatori è garanzia di artisticità. Ammetto che anch'io spesso fatico a capire gli artisti. Allora bisogna trovare rimedi e nuove risorse. Per farlo occorre superare la vecchia visione dirigista dello Stato. Deve essere il mercato a governare "l'industria" culturale. I settori che lo Stato sostiene stanno diventando sempre più elitari, per questo mi chiedo se è giusto che lo Stato destini agli Enti Lirici oltre 400 miliardi delle vecchie lire per meno di tre milioni di spettatori l'anno. Di fatto lo Stato contribuisce con 80 euro per ogni biglietto emesso per rappresentazione lirica! Non sarebbe meglio che la tv pubblica dedicasse più spazi ad una sana attività di promozione della cultura lirica attivando un circuito fatto di tv, scuola, teatri che riporti gli spettatori all'Opera? Lo stesso discorso vale per i teatri di prosa. Perché, agendo sul prezzo dei biglietti, non si favoriscono quelle classi sociali che non possono permettersi di dirottare parte del loro reddito sulla cultura? Lo Stato deve stimolare la ricerca, la sperimentazione, i giovani, tutelare il pluralismo, l'insegnamento della cultura, ed invogliare attraverso iniziative di sensibilizzazione e promozione, l'accesso alle cosiddette forme di cultura "alte". Lo Stato deve fare tutto questo ed anche conservare la cultura nazionale: deve, però, lasciare ai privati il ruolo di decisori dell' "industria" culturale. Lo Stato produttore di cultura, tanto amato dalla sinistra italiana, ha ampiamente dimostrato come troppo discrezionali fossero (e purtroppo lo sono tutt'ora) i criteri in base ai quali lo Stato decide di finanziare il tal film o la tal compagnia teatrale. Stati Uniti, Germania, Francia, utilizzando la leva fiscale hanno creato un mercato competitivo, non certo a discapito della qualità. Allora bisogna rimboccarsi le maniche e fare crollare qualche mito. E crollato il muro di Berlino e le mura di Gerico, ma non crolla la convinzione che qualunque stupidaggine possa essere contrabbandata per cultura e come tale osannata e remunerata. E no! ognuno è libero di fare e dire quello che gli pare, al cinema come a teatro, alla radio e all'Opera, e l'unico giudizio che conta è quello del pubblico, non quello della sovvenzione Statale. E rieccoci al famoso mantello culturale già evocato e più ci penso e più mi viene di fronte l'immagine di San Martino che taglio il suo mantello per coprire chi non aveva nulla. Il mantello, però, era suo.