Buona parte del centrodestra ora preme perché il ministro Martino lasci il campo al collega Bottiglione in una querelle lunga mezzo secolo «Restituire Palazzo Barberini all'arte. Per far avere a Roma il suo Louvre»: così si leggeva il 4 ottobre scorso in un titolo del quotidiano «II Secolo d'Italia», organo di Alleanza nazionale. Una presa di posizione significativa, che dimostra come la battaglia per la restituzione alla cultura del celebre edificio (una destinazione d'uso stabilita fin dal 1949, quando lo Stato acquistò il Palazzo dai principi Barberini) è qualcosa che ormai coinvolge tutto l'arco costituzionale, da sinistra (anche il quotidiano «Liberazione» ha dedicato all'argomento più di un articolo) a destra. La sensazione, oggi, è che il ministero della Difesa e il ministro in carica Antonio Martino (Forza Italia) siano sempre più isolati e accerchiati in questa strenua resistenza ad un trasloco invocato ormai da tutti e da oltre mezzo secolo. Né regge più la tesi che l'accordo del 1997 tra gli allora ministri Veltroni e Andreatta sia stato firmato, come pure è stato detto, da un governo ostile alle forze armate. Proprio quell'accordo, con cui i militari si impegnavano a lasciare il Palazzo in cambio dell'attigua Palazzina Savorgnan di Brazzà, restaurata con parte dei 24 miliardi di lire elargiti dal governo tramite fondi del Lotto, è infatti oggetto di numerose e ripetute interrogazioni parlamentari: non solo di onorevoli della sinistra (come l'ex ministro Giovanna Mélandri), ma anche da parte di parlamentari della maggioranza. Ultima, l'interrogazione del senatore Ùdc Amedeo Ciccanti, in merito soprattutto ai lavori già finanziati per la (futura) grande galleria, e che non possono continuare «a causa della inacessibilità dell'impresa appaltatrice nei locali occupati dal circolo ufficiali». Ciccanti, che parla esplicitamente di «resistenza» in merito all'atteggiamento dei militari, cita anche «la paradossale convivenza» dei capolavori con «la chiassosità delle musiche di intrattenimento di banchetti per matrimoni e compleanni, e con il lezzo dei cattivi odori delle attigue cucine». E ricorda inoltre, il senatore Udc, come il Comune di Roma abbia all'epoca appositamente «deliberato una variante al proprio Piano regolatore generale consentendo l'ampliamento dei locali delle Scuderie, confinanti con la Palazzina Savorgnan». Tutto dunque come da richiesta delle Forze annate: il finanziamento, la sede accettata, le attigue Scuderie con variante di Piano regolatore per nuova destinazione d'uso e anche un tunnel di collegamento (già realizzato) tra la Savorgnan (prestigioso edificio del 1920 del giovane Piacentini) e la vicina sede del ministero della Difesa. Non è bastato. Si sa che il braccio di ferro continua e che gli ufficiali vorrebbero anche mantenere l'uso di alcune sale di rappresentanza dentro Palazzo Barberini. A Ciccanti ha risposto, per il governo, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Cosimo Ventucci (Forza Italia). E dalla risposta si intravede un barlume di ottimismo: «Le finalità da realizzare - ha affermato Ventucci - che sono state alla base di investimenti così ingenti, non possono essere in alcun modo disattese».
Palazzo barberini. Militari circondati. Anche il Secolo chiede: Restituite la sede
Il ministro della Difesa Antonio Martino (Forza Italia) è sotto pressione per lasciare il Palazzo Barberini, che è stato destinato all'arte fin dal 1949. La battaglia per la restituzione del palazzo è diventata un punto di contatto tra il governo e le forze armate. Il governo ha firmato un accordo nel 1997 con il ministro della Difesa all'epoca, Veltroni, per lasciare il palazzo in cambio di una destinazione d'uso alternativa. Tuttavia, gli ufficiali continuano a resistere e hanno richiesto di mantenere l'uso di alcune sale di rappresentanza dentro il palazzo. Il governo ha risposto che le finalità da realizzare non possono essere disattivate.
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