«Una tragedia». Alla notizia del saccheggio del Museo Archeologico di Bagdad, il professor Giovanni Pettinato è addolorato ma non sorpreso. Pochi giorni prima dell'inizio del conflitto, il Direttore dell'Istituto di Assiriologia alla Sapienza aveva infatti lanciato un profetico allarme, in cui al timore dei bombardamenti aggiungeva il pericolo che i numerosi reperti archeologici del Paese potessero rimanere senza alcun controllo, alla mercé dei saccheggiatori. «Giorni fa il mio collega che dirige il museo mi aveva detto che si sarebbe barricato nell'edificio, qualsiasi cosa fosse accaduto. Ora temo anche per la sua vita». Il professor Pettinato non ha ancora potuto farsi un'idea precisa dell'entità dei danni. Ha provato più volte a mettersi in contatto telefonico con l'Iraq, ma non c'è stato nulla da fare. «Il Museo custodisce un patrimonio culturale inestimabile racconta . Ci sono reperti di tutti i periodi della civiltà mesopotamica, le prime testimonianze di scrittura, i primi testi matematici e religiosi. Tra i pezzi più pregiati, la celebre testa femminile in alabastro del 3000 a.C., quella in bronzo del grande re Sargon del 2.250 a.C., un'arpa d'argento di 4mila anni fa. E poi i gioielli delle regine e gli oggetti d'oro rinvenuti al cimitero di Ur soltanto tre anni or sono. Tutto questo potrebbe essere scomparso per sempre». Il Museo è il più grande di tutto il Medio Oriente e ha una collezione di 250 mila oggetti. Era stato riaperto nel 2001, dopo un decennio di chiusura seguito alla prima guerra del Golfo. Non c'è qualche speranza che il governo iracheno abbia messo al sicuro qualcosa? «Di speranze ce ne sono molto poche, purtroppo. Nel 1991 Saddam aveva trasferito parte dei beni archeologici di Bagdad nelle città del Nord, in territorio curdo. Ma da quando i curdi non gli erano più alleati, tutto è tornato nella capitale. Sì, può darsi che qualcosa sia nascosto in qualche cassaforte...». L'ultima volta che è stato al museo, in quali condizioni lo ha trovato? «In buone condizioni, senza dubbio. Il regime iracheno lo ha sempre curato molto, considerandolo un vanto nazionale. Quello che purtroppo sta accadendo in queste ore è la brutale e improvvisa reazione a dieci anni di dittatura sommata all'embargo». Crede che si potrà recuperare qualche pezzo una volta che verrà immesso sul mercato clandestino? «No, non penso proprio. Anche perché la prima cosa che faranno gli iracheni sarà quella di venderli ai soldati e, una volta nelle loro mani, spariranno nel nulla», Quando crede di poter tornare a Bagdad? «Non lo so, e penso che al momento non lo sappia nessuno. Io aspetto soltanto il via libera del Ministro dei Beni Culturali, ma per quanto mi riguarda sono pronto anche subito. Poco prima che scoppiasse la guerra sarei dovuto andare a catalogare tutte le tavolette conservate al museo. E orami troverò di fronte allo scempio».
Dalle teste d'alabastro agli ori di Ur, tutto rischia di svanire
Il professor Giovanni Pettinato, direttore dell'Istituto di Assiriologia alla Sapienza, è addolorato e non sorpreso per il saccheggio del Museo Archeologico di Bagdad. Il direttore aveva avvertito già pochi giorni prima del conflitto che i reperti archeologici del Paese potevano essere rubati. Il museo custodisce un patrimonio culturale inestimabile, tra cui reperti di tutti i periodi della civiltà mesopotamica, e potrebbe essere scomparso per sempre. Il governo iracheno non ha messo al sicuro i reperti, e non ci sono speranze di recuperarli una volta che verrà immesso sul mercato clandestino.
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