MILANO Di debiti ce n'è una montagna, così tanti da rischiare di finire soffocati. Ma anche di "roba" ce n'è in abbondanza, sparpagliata, quasi dimenticata in angolini, cassetti, solai e cantine. Basta allora andarla a raccogliere per benino, raggrupparla in un robusto cestone, trovare il modo di metterla a frutto e il "Massiccio del debito", ancor oggi più alto della "Cima del pil" (il primo è pari al 106,6 della seconda) nel giro dì 18 anni potrebbe scendere al 7096, « abbastanza vicino, quindi, ai limite del 60 fissato dal Trattato dì Maastricht. Giuseppe Guarino, maestro del diritto, consulente principe dei grandi, gruppi pubblici, ministro dell'Industria quando, con il governo Amato, partì la grande stagione delle privatizzazioni, direttore generale mancato, per sua rinuncia, di Bankitalia, ha tirato fuòri dal cassetto un progetto del '92, l'ha adattato ai nuovi tempi e il 26 ottobre lo presenterà a un convegno Nexus, sperando che a Palazzo Chigi si accorgano di aver a portata di mano un uovo di Colombo con il quale, per la prima volta nella lunga storia del risanamento pubblico, si possono ottenere grandi risultati senza colpire alcun ceto sociale. L'uovo di Colombo-Guarino prevede di mettere in una unica grande holding, che potrebbe essere la Cassa depositi e prestiti (Cdp) che in parte ha già assunto questa fisionomia, tutte le partecitazioni rimaste al Tesoro, prime fra tutte quelle in Eni, Enel, Finmeccanica, valutate sui 40 miliardi. Aggiungendo le quote in società non quotate si arriverebbe a 100 miliardi, una bella cifra, certo; ma insufficiente per dare una grossa spallata al debito. Per questo, nella holding dovrebbero confluire anche gli altri beni vendibili, come immobili e persino edifici di valore storico, stimati intorno ai 150 miliardi. Aggiungendo i beni sparpagliati qua e là, non utilizzati a fini pubblici o di cui si può rapidamente fare a meno (ex case popolari, crediti e così via) si dovrebbe toccare la soglia dei 430 miliardi Tutti questi beni andranno messi a frutto per permettere alla società di remunerare i suoi azionisti (lo Stato dovrà pagare un affitto pari al 3 del valore dei palazzi che utilizza mentre per i beni storici dovrà esere prevista la facoltà di riscatto perché il Colosseo potrà anche finire a Milano in Piazza Affari ma non diventare un residence di una catena alberghiera Usa). Un passaggio fondamentale del progetto è infatti la quotazione in Borsa della holding, previo collocamento presso il pubblico dell'intero suo capitale. Le eccezionali dimensioni della società (Eni, Enel e Telecom capitalizzano, tutte e tre insieme, meno della metà del valore di questa ipotetica holding) permetterebbero al Tesoro di venderne il 100 senza timore di vederla scalata da qualche raider il giorno dopo. E di non preoccuparsi nemmeno se i titoli finiscono in mani straniere anziché italiane. Una volta a regime, l'operazione permetterà allo Stato di avere a disposizione 60 miliardi all'anno, importo per metà destinato a pagare gli interessi sul debito pubblico (29,5 miliardi) e per l'altra metà utilizzato per ridurre, così come ci siamo impegnati a fare con Bruxelles, il rapporto debitopil di due punti all'anno. Per scendere fino al 70 serviranno non meno di 18 anni, un'eternità. Ma se già con un' azione così decisa occorrono tempi biblici, quando mai potremmo liberarci di una belva simile con i soliti interventi?