All'appello mancavano solo Siria e Libano. Per il resto c'erano tutti, rappresentanti dei Paesi del Mediterraneo, riuniti nei giorni scorsi a Siracusa per esaminare una bozza di accordo sulla protezione del patrimonio culturale sommerso nel Mare Nostrum. Si temeva che la guerra in Irak causasse non poche defezioni, e invece l'egida della cultura ha rivelato una volta di più la sua capacità di coesione. Perché oggi nulla in mare è più al sicuro. Le moderne tecnologie per le indagini ad alta profondità sono alla portata di tutti, si moltiplicano le scoperte sensazionali ma anche i cacciatori di tesori sommersi. E in acque internazionali vige ancora la Salvage Law, consuetudine secondo cui chi trova qualcosa in mare ha diritti reali su di essa. Ogni relitto è una macchina del tempo che, se opportunamente indagata, può fornire informazioni sulle rotte, la vita di bordo, la costruzione navale. Mani non esperte rischiano di danneggiarlo irrimediabilmente. Per questo, dopo anni di incontri, finalmente nel novembre 2001 l'Unesco ha varato la Convenzione per la protezione del patrimonio culturale sottomarino, che definisce «patrimonio dell'umanità» anche tutti i beni storici e archeologici degli abissi. Un duro colpo al Far West sottomarino, che deve attendere però la ratifica di venti Stati per entrare in vigore. Basterebbe in realtà la ratifica dei Paesi del Mediterraneo. Per questo l'Italia si è mossa attraverso il ministero degli Esteri, forte anche di una clausola della Convenzione che incoraggia gli Stati a stipulare accordi bilaterali e regionali. Il Mediterraneo è infatti una civiltà regionale a tutti gli effetti, oltre che il mare più ricco di tesori al mondo, con relitti naufragati in oltre tremila anni di storia. La parola d'ordine, a livello internazionale ma ancor più a livello regionale, è collaborazione. Solo un impegno congiunto e coordinato tra Paesi contigui consente di indagare e tutelare il fondale mediterraneo. Evitare che, un esempio per tutti, lo splendido bronzo dell'Atleta di Fano finisca misteriosamente al Museo Getty di Malibu. E solo grazie all'aiuto di chi è già attrezzato per la ricerca sottomarina, i Paesi che non possiedono ancora competenze e strumenti possono cominciare a scoprire i propri mari. Come per esempio la Libia, con chilometri di coste e porti mai indagati, o la Palestina, che spera in un aiuto per sondare il litorale di Gaza. Convenzione internazionale e accordo regionale in un colpo solo. A Siracusa è parso un traguardo assai meno utopistico di quanto parrebbe. Buona parte dei rappresentanti ha dichiarato che il proprio governo è a buon punto nel processo di ratificazione della Convenzione, e ha recepito l'importanza del successivo passo "mediterraneo". Il prossimo appuntamento è a Parigi in autunno. Può essere soddisfatto Mounir Bouchenaki, assistente del direttore generale Unesco per la cultura, che ha suggellato con la sua presenza l'importanza della conferenza siracusana. Soddisfatti anche la Regione siciliana, che ospitando il convegno ha evidenziato il suo ruolo di leader nel mondo mediterraneo. Ne è il cuore e concentra in sé vantaggi e problemi del Mare Nostrum. Primo fra tutti il Canale di Sicilia, dalle cui acque nel 1998 è emerso il Satiro danzante esposto ora a Montecitorio, ma dove nel contempo lo scopritore del "Titanic" Robert Ballard ricercava indisturbato. Da tempo Sebastiano Tusa, direttore del servizio beni archeologici della Soprintendenza di Trapani, aspira a indagare il luogo di rinvenimento del Satiro per scoprire se con lui navigavano altri compagni di danze. Ma chiede correttamente un assenso della Tunisia. Ora finalmente la questione è all'ordine del giorno del prossimo incontro Italia-Tunisia per l'annoso problema della pesca nel Canale. Ancora una volta, c'è la speranza che la cultura si riveli il miglior corriere diplomatico.