«Ammirare e comunicare» è il tema del quinto convegno nazionale dell'Amei, l'Associazione dei musei religiosi d'Italia, che si apre oggi a Susa. Studiosi e operatori a confronto per far uscire dall'ombra questa preziosa, peculiare offerta culturale Che cos'è un museo ecclesiastico? Il reliquiario di un passato ormai morto e sepolto oppure una realtà viva, che comunica all'uomo d'oggi, attraverso la bellezza dell'arte sacra, la fede cristiana come qualcosa d'attuale e incontrabile? La domanda è al centro del quinto convegno nazionale dell'Amei, l'Associazione musei ecclesiastici italiani, che si terrà a Susa (Torino) da oggi a sabato. "Ammirare e comunicare" è il titolo dell'assise che si apre sullo sfondo di uno scenario italiano caratterizzato dal protagonismo dei circa mille musei connessi a cattedrali, diocesi, famiglie religiose, enti caritativi, persino alle parrocchie. Un protagonismo riassunto dai numeri: dieci i musei ecclesiastici inaugurati nel corso del 2005 (costruiti exnovo o ristrutturati), ben venti nel 2004, un dato annuo ormai costante dal Giubileo del 2000. Riprova di un desiderio dei cattolici italiani di dar vita fattivamente a queste istituzioni, che sono anche il frutto del capillare lavoro di inventariazione intrapreso dalle diocesi in stretta collaborazione con la Cei. Insomma, in questi anni di «consumo» culturale di massa (segnatamente quello museale), i musei di enti religiosi rappresentano una nicchia contraddistinta da una propria specificità d'offerta legata al territorio, alla storia dell'ecclesia e della civiltà locale; un'offerta culturale preziosa che però ancora sfugge alla percezione del turista ordinario ed è solitamente ignorata da tour operator e agenzie di viaggi. Per questi musei, comunicare significa quindi abbassare, necessariamente, la soglia della visibilità, farsi «scoprire» e apprezzare, valorizzando i propri punti di forza. Si tratta di una strategia vitale. Ma oggi, nella logica del mercato, i costi della mediazione culturale risultano elevatissimi: allestimento, restauri, visite guidate, laboratori didattici, conferenze, cataloghi, bookshop, prodotti multimediali, sito internet, pubblicità, comunicazione tutto ciò impegna ingenti investimenti, generalmente insostenibili anche per le diocesi più «ricche». Ma monsignor Giancarlo Santi, presidente dell'Amei (il convegno eleggerà il suo successore) si mostra ottimista, rimarcando i risultati concreti raggiunti in questi anni grazie all'impegno dell'associazione: «La pubblicazione della mappatura completa dei musei religiosi italiani da parte del Touring Club, uno strumento editoriale autorevole per una conoscenza capillare, frutto del repertorio intrapreso anni fa proprio dall'Amei. C'è poi la pubblicazione di importanti atti: quelli del corso accademico tenuto alla Cattolica di Milano sulla gestione dei beni culturali ecclesiastici e quello del precedente convegno Amei di Catania; da ultimo, è imminente la stampa di un utile e atteso studio giuridico su questi musei. Il problema del reperimento delle risorse esiste e resta, ma la questione centrale è la formazione di una cultura della gestione, altrimenti c'è il rischio che queste istituzioni divengano fatalmente satelliti dei musei statali e civici per mancanza di futuro». Sulla qualità della gestione insiste anche Bernardo d'Onorio, abate e vescovo di Montecassino: «Musealizzare le opere d'arte sacra è un'operazione benemerita perché conserva i documenti visibili della fede, soprattutto dove le chiese non sono più officiate vengono chiuse per mancanza di sacerdoti. Resta pero il problema gestionale, perché un piccolo museo - e di norma i musei ecclesiastici sono piccoli, anche se non "minori" - presenta necessariamente numeri piccoli, per pubblico e incassi, rischia di non sostenersi, di languire. A Montecassino abbiamo un milione di visitatori l'anno che ci consentono di mantenere un museo con sette impiegati; altrettanto però non avviene - per restare nel Lazio a Veroli o Anagni, che pur vantano musei bellissimi e importanti. Verso lo Stato, che può aiutarci, non devono esserci diffidenza né troppa accondiscendenza». Carlo Tatta, vicepresidente vicario Amei, insiste sulla questione del riconoscimento giuridico da parte dello Stato italiano: «Dobbiamo operare perché i musei ecclesiastici abbiano il riconoscimento del Ministero dei beni culturali e, soprattutto, attenzione e interesse da parte delle Regioni, alle quali è demandata potestà normativa in materia. Siamo determinati a compiere atti ufficiali e ad instaurare un rapporto costruttivo con Roma e con le Regioni per ottenere l'effettivo riconoscimento di questa nostra realtà peculiare nel quadro culturale del Paese. Riteniamo assurda la classificazione indotta dalla vigente normativa secondo cui i musei sono suddivisi in statali, di enti locali, di interesse locale e in questi ultimi si vorrebbero compresi i musei ecclesiastici; non possiamo condividerlo, né è razionalmente sostenibile. Sussistono forti motivazioni giuridiche, storiche e di contenuto che prefigurano un riconoscimento del museo ecclesiastico come categoria distinta e autonoma per le medesime, precipue finalità che lo impongono all'attenzione oltre i limiti dell'angusto interesse locale». Don Gianluca Popolla, direttore del Centro culturale diocesano di Susa organizzatore del convegno, è responsabile di un insigne patrimonio d'arte e di una realtà museale dinamica e fruita «in quanto parte di una rete regionale di promozione turistica». Per Popolla «il museo, tanto più quello d'arte religiosa, può essere un laboratorio di integrazione culturale, una "porta" che consente e agevola il dialogo - a partire dal sapere, dalla conoscenza e dall'esperienza estetica - con tutti, anche con i non credenti e con gli uomini d'altre Chiese o fedi come, nel nostro territorio, i valdesi e gli ebrei. Il museo come "grimaldello", come atto di comunicazione; questa è la nostra scommessa. Ma bisogna scardinare la sufficienza, la pigrizia degli storici dell'arte nel rilevare - in mostre e cataloghi - l'aspetto religioso delle opere d'arte. Un oggetto deve essere letto in tutto il suo vissuto».
Musei ecclesiastici, l'arte di stupire
Il quinto convegno nazionale dell'Amei, l'Associazione musei ecclesiastici italiani, si apre a Susa (Torino) con il tema "Ammirare e comunicare". Il convegno si concentra sulla valorizzazione dei musei ecclesiastici italiani, che rappresentano una nicchia culturale unica e preziosa. I musei ecclesiastici sono spesso ignorati dai turisti e dalle agenzie di viaggi, ma devono comunicare e valorizzare i propri punti di forza per sopravvivere. L'Amei lavora per promuovere la gestione dei beni culturali ecclesiastici e per ottenere il riconoscimento giuridico dello Stato italiano.
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