Scoperto un affresco durante i restauri alla chiesa di Santa Maria Maddalena del Temanza Il dipinto rivela la maestria del pittore anche nei temi religiosi A Venezia, sotto l'intonaco di una chiesa ben nota del centro storico, affiora un nuovo dipinto di un pittore chiave del '700, Giandomenico Tiepolo (1727-1804) che, dopo la morte del padre nel 1770 a Madrid, se ne torna a Venezia dove inventa nuovi modi di racconto; La storia inizialo scorso aprile quando Ilarià Cavaggioni, architetto della Soprintendenza, inizia, nella chiesa di Santa Maria Maddalena, a togliere lo scialbo, l'imbiancatura che è stata data neH'800,per tirare fuori l'originario marmorino settecentesco, Un intonaco liscio, lucido, fatto con polvere di marmo, di particolare durezza. La chiesa è opera di Tommaso Temanza (1705-1789) che, dal 1763 ai primi anni '80, costruisce un edificio a pianta centrale che evoca il Pantheon o la tomba di Cecilia Metella sulla via Appia a Roma. Insom-ma, uno spazio rotondo all'esterno, all'interno esagonale con quattro cappelle scandite da grandi colonne con capitelli ionici; ora sull'altare, vediamo un organo. Sta qui, nella vicenda degli spostaménti dell'organo, la chiave per capire le origini del-. l'affresco del Tiepolo. Dunque vi è una lunetta perfettamente bianca proprio sopra l'organo e l'altare: si fanno dei saggi per vedére che cosa c'è sotto la imbiancatura ottocentesca e si scoprono tracce di rosso, colore a fresco dipinto a sua volta sopra l'intonaco a marmorino. Con prudenza si libera dal bianco la superficie dipinta e, entro una cornice circolare, emerge là figura della Fede con nella destra la croce e nella sinistra il calice; due altre figure, ancora da scoprire, stanno ai lati del cerchio. Monocromo rosso, rialzi di bianco, la attribuzione è immediata; dunque Roberta Battaglia, ispettrice e storica dell'arte, non solo individua i nessi con Giandomenico e le sue opere tarde, ma compie, con l'architetto Cavaggiori una ricerca di archivio che permette di ricostruire l'intera vicenda del dipinto. Questo affresco- non è la sola opera di Giandomenico nella chiesa, un tempo infatti, subito sotto la lunetta, stava l'Ultima Cena. II Temanza costruisce l'edificio concependolo come tempio neoclassico tutto bianco, intonacato a marmorino; nel 1793 l'organo viene spostato sull'ingresso e si libera un grande spazio sopra l'altare, per questo si chiede a Giandomenico Tiepolo di dipingere a fresco la grande lunetta con la Fede e, sotto, l' Ultima Cena. Quando nel 1845 si sposta di nuovo l'organo ricollocandolo sopra l'altare si rimuove l'Ultima Cena e si imbianca la lunetta di Tiepolo; del resto oggi parzialmente coperta dall'organo. Infatti in un documento del 1845 leggiamo: «Nell'arcata superiore del cornicione mirasi effigiata ad affresco la Cattolica Apostolica Fede per mano del distinto Domenico Tiepoletto (così era chiamate Giandomenico figlio di Giambattista) da di cui mediocre studio del suo (valente pennello fu pure imprimila la tela sottopo sta significante l'Apostolica Cena di nostro Signore Gesù; collocata con buon giù dizio, in forma di palla (pala), nel vano della nicchia lasciata». Dunque analisi delle strutture, scoperti L degli affreschi, ricerche di archivio: tutto per un dipinto di qualità di un protagonista della pintura del '700. Ma l'affresco appena ritrovato è importante anche per altre ragioni. Nella bibliografia consueta sul pittore si parla di due lingue di Giandomenico Tiepolo, quella derivata dal padre Giambattista, sostanzialmente tarocca, ; quella nuova, realistica, segnata da un dialogo di versò con gli spazi e le persone, da una parte dunque la scena sublime della divinità, dei principi, figure simboliche contro grandiosi cieli trapassati di luce, dall'altra il mondo del quotidiano, quello dei personaggi, dei protagonisti della Venezia reale. Lo schema, che viene dalla impostazione longhiana del rapporto fra padre e figlio e che è stato in parte ripreso dalla critica più avvertita, non sembra reggere e lo dimostrano le opere religiose di Giandomenico e dunque anche e proprio questa Fede. La figura, che qui vediamo appena tratta da sotto l'intonaco, dunque senza restauri o ritocchi, mostra una vivacità di stesura e di racconto evidenti, scrittura pittorica vibrante, grande immediatezza. Il confronto è coi monocromi del Palazzo Contarmi Dal Zaffo: scene pagane, sacrifici, in quei dipinti; confronti anche, ed evidenti, con altre opere che si conservano a Ca' Rezzonico con storie di centauri, satiri, fauni, e sacrifici pagani: la stessa vivacità, la stessa tensione, la stessa rapidità eccezionale di esecuzione della pittura a fresco. Senza voler scomodare le serie dipinte e disegnate coi Pulcinella dell'ultimo tempo di Giandomenico basterà vedere alcuni disegni, come Uomini che osservano un branco di leoni del Courtauld Institute di Londra, oppure II mercato di collezione privata a New York, firmato e datato 1800, per ritrovare gli stessi modi del panneggio, la stessa tensione plastica della Fede di Venezia appena scoperta. Credo che la storiografia artistica qualche volta tenda ad apprezzare soltanto i dipinti di soggetto profano di Giandomenico, mentre, quando l'artista dipinge temi religiosi, si ritiene che egli ritorni ai modelli paterni. Questo affresco dimostra il contrario e permette forse di recuperare, non alla retorica ma al racconto più denso di accenti veritieri, anche le pitture di tematica religiosa di Giandomenico, innovatore, ancora alla fine della esistenza, della lingua pittorica veneziana.