Poiché un fatto compiuto può essere il frutto di una giustizia incompiuta, è utile richiamare in causa ciò che non doveva accadere ed è accaduto. Ad Acqui è stato recentemente demolito un teatro molto importante per le sue doti architettoniche e storiche. Il Comune ha deciso di farne un silos per automobili. E la demolizione, sospesa per qualche tempo, è avvenuta di colpo, quando stava formandosi un fronte che poteva ostacolarla. Ora, fino a prova contraria Acqui è in Piemonte, e il destino delle sue risorse dovrebbe interessare i piemontesi. Fino a prova contraria il Politeama Garibaldi, condannato alla demolizione dalla ottusità del Comune, avrebbe dovuto essere protetto dalle Sovrintendenze (provinciali e regionali) e dal Governo. Fino a prova contraria le Sovrintendenze e il Governo non lo hanno fatto. Sicché è opportuno occuparsi delle "prove a carico". Non si può dire che la città abbia accettato passivamente la prospettiva di perdere un teatro in cambio di un silos. E neppure che non ci siano stati interventi preoccupati e ripetuti di intellettuali e di comuni cittadini. IL SETTIMANALE "L'Ancora" ha pubblicato due importanti lettere del direttore del Festival teatrale europeo, il regista Beppe Navetta. Il quale ha cercato di scongiurare lo scambio tra un monumento irrecuperabile una volta distrutto e u n magazzino facilmente collocabile altrove. Qualche anno fa ad Acqui era stato indetto perfino un referendum, al quale purtroppo aveva partecipato solo il venti per cento della popolazione. Malgrado l'insuccesso, il referendum aveva diffuso l'allarme stimolando i cittadini a passare dall'indifferenza iniziale ad un appassionato interesse per la sorte del Politeama. Navetta ricorda infatti che proprio in quell'occasione molti cittadini avevano cominciato a fare sopralluoghi, constatando che era iniziata la demolizione e che al posto del palcoscenico si era aperto uno squarcio buio. Fino a pochi giorni fa era però rimasta in piedi la "platea all'italiana", circondata dalla corona dei palchi. Osservandola, la gente aveva potuto capire, che il teatro è "un luogo dove non si va soltanto a vedere uno spettacolo, ma anche a guardare se stessi, spiando gli altri spettatori che guardano a loro volta noi". Un luogo, cioè, in cui si può sviluppare, meglio che altrove, la consapevolezza sociale, estetica e linguistica di una popolazione. Non si può dire che in questa occasione il Parlamento sia rimasto insensibile. Al contrario, mentre i demolitori tornavano alla carica minacciando di estirpare il rosone centrale, l'on. Gabriella Pistone (seguita da Rava, Sgarbi, Biondi, Merlo e altri deputati di entrambi gli schieramenti) aveva presentato un'interrogazione al Ministero dei Beni Culturali, chiedendogli di non avvallare la passività delle Sovrintendenze alla "delibera scellerata"del Comune. L'iniziativa veniva ripetuta due volte: il 14 Luglio e il 21 settembre. Ma, dopo la seconda interrogazione, forse per creare il fatto compiuto prima che le proteste potessero fermargli la mano, il Comune ordinava la fulminea distruzione dell'edificio. In un baleno arrivavano le ruspe e la sala ellittica,dove una patina del razionalismo primo Novecento aveva rinfrescato l'impianto originario della belle èpoque, crollava in una nube di polvere. Per una singolare coincidenza, mentre il Comune di Acqui si accaniva contro il Politeama, Il Presidente Ciampi dichiarava pubblicamente che "il teatro è lo specchio dell'identità di una nazione" e che il numero di edifici in cui il pubblico può assistere a spettacoli di prosa" è l'indice di civiltà dell'intero Paese". Con tanti complimenti, quindi, per il Comune e per le Sovrintendenze, che si sono fatti in quattro per interpretare a rovescio il monito della massima autorità dello Stato. Adesso che la giustizia incompiuta ci ha messo di fronte al fatto compiuto, che cosa si può fare? Accettare che tutto finisca qui senza un seguito, aspettando che si ricominci da un'altra parte? Subire la concatenazione interminabile dei fatti compiuti per la mancata comprensione o la incompiuta sorveglianza delle Sovraintendenze? E perché? O mettere una buona volta di fronte al fatto compiuto di una pubblica riprovazione Sovraintendenza e Governo?