fronte al ministero della Difesa, fino a tarda notte non sono arrivati altri dettagli. Si è ripetuto così, a distanza di due giorni, lo stesso attentato vandalico compiuto contro il museo archeologico nazionale. In quella occasione i militari americani, sollecitati ad intervenire dal guardiano, avevano risposto: «Non siamo la polizia». Anche ieri la capitale si era trovata con mercati e negozi in gran parte chiusi, senza elettricità, e con la solita cantilena di kalashnikov che si accende e si spegne all'improvviso. Certo, è stato bonificato un bunker con oltre trecento giubbotti predisposti per attentati kamikaze. Ma intanto comincia una grottesca rincorsa al carburante nel Paese che ha le più grandi risorse di petrolio al mondo, con trecentoventotto miliardi di barili sepolti sotto il deserto occidentale. Gli ospedali più volonterosi, sopravvissuti ai vandali, hanno racimolato alcuni bidoni di gasolio che garantiscono appena la conclusione di qualche operazione urgente. Ma in mattinata tutti i problemi di questa città, relegata nella terra di nessuno, abbandonata a se stessa, sono riemersi in via Sadun, dentro un grande cortile e un grande edificio, dove i rappresentanti della polizia, della società elettrica, della compagnia telefonica, di tutte le aziende e strutture che fanno funzionare una grande città, si sono autoconvocati. Sembrava di stare a un incrocio tra il bazar e l'ufficio del governatore, dove non si sa mai in quale dei due luoghi la folla sia più fitta. C'era gente che entrava in continuazione, a passo deciso, ciascuno con i suoi problemi ben chiari in testa, con buste e fogli di carta in mano, che si orientava con decisione dentro quel caos. Alcuni di loro, in piedi su una sedia, nel cortile, cominciavano a ricomporre il personale dei propri uffici. Una specie di arruolamento spontaneo di quella che in Occidente si chiamerebbe la società civile e che qui può essere chiamata più modestamente la parte rispettabile del regime e del partito. In questo confuso ma sincero avvio di ricostruzione ci sono anche i soldati iracheni addestrati in Ungheria, con un contrassegno sulla divisa, che evita l'identificazione totale con gli americani. Mentre la capitale comincia a ricomporsi ecco un'altra nuvola nerissima sollevarsi dalla riva orientale del fiume, con una angosciante e compatta forma a elle, che se Saddam fosse ancora al potere farebbe pensare a qualcuna delle sue diavolerie chimiche. Da un'altra direzione sale un'altra colonna nera, testimonianza di saccheggi mai spenti. Anche se ieri davanti alla sede della mezzaluna rossa un furgone è stato bloccato e i vandali a bordo si sono salvati a stento dal linciaggio. Un'altra accoglienza ostile hanno ricevuto i passeggeri di un autobus nel quartiere di Adamya che si erano avvicinati ad alcuni negozi chiusi e non ancora saccheggiati. Sono ripartiti in fretta a mani alzate davanti agli abitanti che avevano subito preso le armi. Ostilità aperta ancora una volta contro i marines, a sud della capitale quattro di loro sono rimasti feriti dai cecchini nascosti nelle case. Erano disarmati ma inesauribili i manifestanti che per circa tre ore si sono concentrati sulla piazza del Paradiso, quella dove fu abbattuta la statua di Saddam e che confina con il comando americano, che urlavano in faccia ai marines: «Sicurezza per Bagdad. Repubblica islamica». Non erano più di una trentina, ma avevano trovato un buon palcoscenico: dietro di loro c'era un imbottigliamento di auto e mezzi militari, davanti telecamere smaniose di sensazione. Nel traffico paralizzati anche due mafiosi di primo livello, dentro una Cadillac color oro, che i saccheggi veri li hanno già compiuti ai tempi di Saddam. Ieri al comando americano, dove il giorno prima si erano presentati tre ufficiali iracheni, è arrivato con grandi onori anche il portavoce degli sciiti di Najaf, vestito con tutti i suoi paramenti. Dopo quella visita invece la guerra ha mostrato una scheggia miserabile delle sue devastazioni. E' comparso un militare iracheno, con la divisa strappata, con gli occhi spiritati, agitando la sua carta d'identità in mano. Chi lo accompagnava ha detto che sembrava impazzito. Balbettava parole senza senso dentro le quali ritornava la frase: «Mi arrendo».