Capitale nel caos, da oggi pattuglie miste di americani e poliziotti del disciolto regime . Le modeste prove tecniche di normalizzazione si scontrano con il nazionalismo iracheno. «Grazie Usa, ma per il dopo Saddam vogliamo fare da soli», chiariscono mille funzionari del passato regime che si riuniscono in una sala-conferenze nei pressi dell'Hotel Palestine. La linea - e di questo a Washington dovranno tenere conto - è la stessa dettata da Ahmed Chalabi, presidente dell'«Iraqi National Congress» e da Mohamed Al Akim, il leader sciita in esilio a Teheran decisi a porre una ipoteca sul nuovo potere. Per loro non è «assolutamente possibile nemmeno ipotizzare un governorato americano». Funzionari di polizia in divisa fanno sentire in particolare la propria voce, durante un'assemblea. Sostengono di voler salvare la capitale dal saccheggio non stop, ma provano a difendere anche il proprio posto di lavoro. Alle «new entry» si oppongono con molta determinazione, trovando disponibilità nel comando americano orientato a non andare tropppo per il sottile. L'ordine pubblico sarà affidato agli stessi poliziotti che lo gestivano per conto del rais, anche se l'emergenza li induce a mettere da parte l'orgoglio. L'idea di formare pattuglie miste con i marines trova la sua formalizzazione che la renderà da oggi concreta. A molti iracheni, che hanno badato negli anni a non apparire troppo in sintonia con il regime, la mossa non piace. Si offrono fin dall'alba per lavorare sotto la guida del governo americano. Temono che il vecchio apparato possa mostrare pericolose capacità di resistenza. «Ci ritroveremo sempre di fronte alle stesse facce del partito Baath», denuncia il membro di una delegazione di «indipendenti» che marcia verso l'Hotel Palestine, considerato ormai una sorta di ufficio di collocamento. Un suo baffuto collega affida la delusione ad un messaggio dai toni molto più crudi: «Abbiamo scoperto che Bush è come Saddam». La partita che si gioca intorno al riordino della polizia è considerata, non senza ragione, vitale. La razzia continua ad essere ostentata e sistematica, accompagnandosi a atti di puro vandalismo che producono danni irreparabili al Paese. Dopo l'assalto dei giorni scorsi al museo nazionale, da ieri è in fiamme anche la Biblioteca di Baghdad. I marines, che troppo a lungo sono rimasti da lontano a guardare, hanno cominciato a raccogliere con un secchiello l'acqua dallo stagno. Alcuni del loro ceck-point sono stati spostati verso le aree centrali della città. Sporadicamente bloccano qualcuno dei furgoni, carichi all'inverosimile, con cui si muovono i saccheggiatori. L'assalto ad una banca, condotto con più slancio, ha portato all'arresto di venticinque persone. Baghdad occhieggia da dietro alle finestre sbarrate e si regola di conseguenza. Provando a rubare squarci di normalità. Merce è ricomparsa sui banchetti dei mercatini di periferia. Moltiplicato è il numero dei negozi che vendono il pane. Forte è l'attesa per il ripristino delle linee elettriche cui dovrebbero lavorare genieri Usa in arrivo. Un mercato nero e parallelo della benzina, che viene sottratta alle cisterne militari o ad ogni rottame di auto abbandonato in strada, garantisce «mobilità» soprattutto ai taxi collettivi diretti fuori città. Durante il loro percorso incrociano le colonne di quanti, dopo avere cercato rifugio nei villaggi vicini, provano a tornare alle proprie case sperando di ritrovarle integre nonostante la pioggia di bombe. Nell'atmosfera piena di guerra, si ritorna con il buio che favorisce l'attività di gruppi armati che provano ancora a sfidare gli americani. Li formano soprattutto gli irriducili volontari della Jihad arrivati da Paesi vicini, tra i quali comunque sta per venire meno la disponibilità al sacrificio. In una scuola di Baghdad i marines hanno trovato altri trecentodieci giubbotti esplosivi preparati con il C4 e biglie di ferro. Sui timer le istruzioni erano in arabo. Porcellane costose e in qualche caso preziose, finiscono una dopo l'altra in frantumi. Le porte in ottone degli ascensori non meritano sorte migliore. Camion portano via grate di ferro e cancelli che finiranno nelle fonderie di una periferia che tutto raccatta. La ricerca delle auto rimaste in garage trova a gestirla con poca esperienza. Nei sotterranei allagati per lo scoppio delle condotte dell'acqua avanza anche una barca rastrellata sulle vicine rive del Tigri. L'iman di una vicina moschea trova che le iscrizioni sacre incise sulle pareti siano un po' fuoriluogo. «Allah - dice - è stato forse troppo grande con lui». Del libertino Saddam è stata appena scoperta in un altro quartiere della città, la garconniere tutta specchi conosciuta a molte delle signore del regime. Che il raìs, tutto preso a celebrare se stesso, fosse anche un affamatore del popolo, molti iracheni lo stanno appena scoprendo. Durante l'embargo, che ha rappresentato una condanna per molti bambini, non uno solo dei suoi cantieri è stato fermato. Quarantotto ore prima che Baghdad cadesse, il figlio Udai è stato visto alla Banca Centrale a portar via con più di un pick-up casse di valuta pregiata e tonnellate di lingotti in oro massiccio. «Questa è la nostra rivoluzione francese, gestita però dagli americani», è il commento amaro di Waled Shenir, un docente di musica che dice di essere venuto ad Al Sahalam soltanto per dare uno sguardo. Poco apprezza quello che vede e che per il futuro intravede: «Conosco la storia. Non è la razzia a farci migliori. Mi preoccupa il collaborazionismo che fa perdere agli uomini tutto l'onore. È già accaduto nella Francia che fu invasa da Hitler». Al Esham, un uomo robusto la cui moglie si tiene in disparte, trova non meno di lui che il fosso non debba essere troppo in fretta saltato. Giura di essere custode di molti segreti che potrebbero spingere gli americani a mandarlo in galera. «Sono un pilota dell'Iraqi arways. Ho lavorato anche per l'aviazione militare. Adesso vi spiego chi sono i nostri liberatori - dice - Se il mio Paese fosse soltanto uno scatolone di sabbia non vi avrebbero messo mai piede. Sono qui per conto di Israele e per prendersi il nostro petrolio. Il popolo iracheno è l'ultimo dei loro pensieri». La sua rivelazione, che dovrebbe apparire scottante arriva un attimo dopo a bassa voce: «Negli anni Ottanta dagli Usa ci spedivano le armi biologiche. Andavo a caricarle a Francoforte, in segreto. Gli americani sapevano che sarebbero state usate contro l'Iran. Adesso che l'Iraq non le possiede sono venuti a pigliarsi il Paese». Lo scandalo della ricchezza di cui si circondava la «corte» incanala verso il rais non poche maledizioni. Ma l'amore tarda lo stesso a sbocciare verso il nuovo padrone. «Bush è il supporter dei ladri», si legge su uno striscione bianco e blu apparso nella Piazza 14 Ramadan e che nessuno ha ancora rimosso. Uscendo da Al Sahalam senza portare con sè un solo frammento, Leif Saleh Ismet ricorda i suoi fratelli Mahdi, Fares e Saad, scomparsi nelle segrete del potere e di cui la madre per anni «trattata come una cagna» invoca disperatamente il ritorno. Ma ai marines di un vicino posto di blocco nemmeno dedica il suo sguardo. A sentir lui non tutte le orecchie del regime sono state definitivamente tappate ed è meglio non fare scelte di campo fin quando la «testa del raìs non sarà stata mostrata».