Novemila opere. Più di 16 mila contando altri oggetti di valore. Patrimonio pubblico. Finito ad arredare oltre mille enti: dalla Camera alle questure, in Italia e all'estero. Ma chi vigila sulla conservazione? Qualche cifra, per dare il senso delle proporzioni: i dipinti esposti agli Uffizi sono un migliaio; quelli nelle sale della Pinacoteca di Brera 462; quelli in mostra alle Gallerie dell'Accademia di Venezia 365. Sono invece 9186 le opere d'arte uscite dai musei italiani per andare ad arredare le più svariate sedi dei nostri uffici statali. Più di 9000 se si considerano solo dipinti, sculture, disegni, incisioni... Oltre 16.000 se si considerano anche gli oggetti d'arte, d'uso comune, mobili, tappeti, vasellame, oppure le armi antiche e gli arredi concessi alle chiese. Sono migliaia e migliaia le opere d'arte delle collezioni pubbliche che oggi decorano Senato, Camera, presidenza del Consiglio, ministeri, Avvocatura dello Stato, Comandi generali e territoriali delle varie Armi, prefetture, questure, uffici giudiziari, avvocature distrettuali e così via. Oltre alle nostre sedi diplomatiche all'estero. Il «prestito» - che in burocratese si chiama «subconsegna» - è teoricamente temporaneo. Di fatto, la stragrande maggioranza delle opere è negli uffici pubblici da decenni. E sono rarissimi gli oggetti d'arte tornati ai musei d'origine. Dopo che si è avviato il conteggio delle opere «subconsegnate» (e qualcuno si è anche indignato) i recuperi sono stati in tutto 209, di cui solo 31 dal '97 a oggi. Ritorni eclatanti, quasi obbligati, come quello della Madonna del Suffragio di Salvator Rosa, esposta a Brera dal 1816 al 1961 e poi, per più di quarant'anni, concessa in arredo al Comando generale della Guardia di Finanza. Non è tutto: ben 955 opere prestate nel corso degli anni risultano disperse, rubate o distrutte. «Una cifra impressionante», commenta Salvatore Settis, storico dell'arte e dell'archeologia che dirige la Scuola Normale di Pisa e che ha appena pubblicato un'accesa requisitoria sullo stato del nostro patrimonio artistico, Italia S.p.a: l'assalto al patrimonio culturale (Einaudi, pp. 149, euro 8,80). «È chiaramente mancato il monitoraggio continuo delle istituzioni che cedevano le opere in deposito agli enti. Non si può continuare così». Certo, la storia di queste cessioni è antica, inizia subito dopo l'Unità d'Italia, quando ci si pose il problema di arredare gli uffici dei nuovi organi dello Stato. E sfuggì di mano già nei primi decenni del Novecento, quando non si prestarono più solo opere relegate nei depositi dei musei, ma anche oggetti d'arte più importanti, magari senza registrare il prestito o limitandosi a descrizioni sommarie. Le fughe dai musei si stratificarono man mano che si susseguirono i notabili pubblici, che volevano sedi sempre più consone ai propri gusti. Nel 1930 il presidente della Corte dei Conti, Gino Gasperini, scrisse al direttore generale delle Antichità e Belle Arti: «Ti do le dimensioni del quadro che occorrerebbe per il mio studio. Dovrebbe avere una larghezza di circa m. 2,50 e un'altezza proporzionata. Dato lo stile settecentesco e molto tranquillo della camera, preferirei possibilmente un paesaggio del genere di Zuccarelli, di Poussin o una veduta di Venezia tipo Marieschi o Canaletto, però con soggetti non troppo vistosi nelle figure». Una prassi antica che continua fino ai giorni nostri. «Ma in passato c'era una concezione molto diversa del patrimonio artistico», dice Settis. «Mancava l'idea che le opere d'arte non sono oggetti isolati che galleggiano nel nulla, ma fanno parte di contesti storici. Oggi invece tutto va contestualizzato: le collezioni che hanno una loro storia devono rimanere integre. O almeno devono poter essere ricostituite facilmente. Al massimo un quadro può finire nella prefettura della città che ospita il resto della raccolta; non veleggiare verso un'ambasciata lontana dove rimane cinquant'anni. Alcune scelte accettabili un tempo non lo sono più». Fu Alberto Ronchey, ministro per i Beni Culturali, uno dei primi ad allarmarsi. Nel '93 istituì una Commissione per la Ricognizione patrimoniale, che affidò a Giorgio De Marchis, ex soprintendente della Galleria nazionale d'Arte moderna a Roma ed ex direttore dell'Istituto italiano di cultura a Tokyo. «Il nostro compito era quello di fare un censimento completo delle opere passate a terzi per creare un archivio informatico centralizzato», ricorda oggi De Marchis. «Eravamo sbalorditi: se ne scoprivano di tutti i colori. Che la Farnesina aveva trasferito opere da un'ambasciata all'altra senza avvertire i Beni culturali. Che alcuni prestiti avevano addirittura smembrato gruppi di opere nate per stare insieme, come la serie di arazzi degli Uffizi, o singoli capolavori, come la pala cinquecentesca di Giuda De Carolis da Matelica, che è a Brera, mentre la sua predella è finita al Senato...». De Marchis continua: «Sa quanti uffici pubblici avevano ricevuto opere nel corso degli anni? Ben 1138. Perfino la sede della Polizia stradale di Matera allora aveva dipinti del Castello di Melfi. Se il pretesto per richiedere oggetti d'arte a scopo d'arredo era la propria funzione di rappresentanza, che diritto aveva la Stradale? Gli unici uffici con compiti di rappresentanza sono le ambasciate e le prefetture. Compiti peraltro svolti nei saloni di ricevimento, nonché nelle segreterie e nei corridoi, dove in realtà è finito tutto quel che non piaceva più, man mano che cambiavano i gusti» Ed ecco che si pone un altro grosso problema: lo stato di conservazione delle opere prestate. «Le regole in proposito sono molto cambiate negli anni», spiega Settis. Quando si è iniziato a cedere quadri, si pensava che fosse sufficiente attaccarli al muro in un luogo chiuso e asciutto. Via via si è arrivati a forme di climatizzazione sempre più sofisticate. Garantite nei musei non negli uffici pubblici». De Marchis aggiunge: «A volte negli uffici si fuma, si espongono quadri sopra i termosifoni, non ci sono tende a ripararli dal sole. La verifica dei singoli ambienti non è mai stata. Perché è complessa: bisognerebbe andarli a controllare uno per uno». E la Commissione, come tale, ebbe vita breve. «Un anno e mezzo dopo, quando ero già in pensione», continua De Marchis, «il ministro Antonio Paolucci la trasformò in Servizio tecnico per la Ricognizione patrimoniale: ovvero in un ufficio permanente dei Beni culturali, che con gli spostamenti di personale si assottigliò sempre più». Il lavoro non è terminato: sono stati inviati alle soprintendenze i dati raccolti inizialmente, perché li verificassero sul proprio territorio, dichiara oggi il Ministero, ma mancano le risposte di regioni molto importanti, come la Toscana e la Lombardia. Intanto si discute sul problema di fondo. È giusto che tante opere d'arte siano concesse agli uffici pubblici? Se sì, a quali condizioni? De Marchis è categorico: «Sottrarre opere a un museo italiano è come strappare le pagine di un libro prezioso. Perché i nostri musei sono il frutto di un collezionismo secolare. E la storia di ogni collezione è storia d'Italia». Non va ceduto nemmeno ciò che è imboscato nei depositi? «I musei non sono costituiti solo dalle sale d'esposizione, come le biblioteche non sono solo le loro sale di lettura. I musei sono tutto il patrimonio che custodiscono». Salvatore Settis è invece meno radicale: «Non sono contrario al prestito in linea di principio. Purché avvenga a certe rigorose condizioni. Continuo monitoraggio dello stato di conservazione delle opere da parte delle soprintendenze. Prestiti drasticamente ridotti nel numero e nella durata. Rispetto del contesto di ogni singola opera d'arte. Il problema è che queste condizioni finora sono state disattese».
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