«Ma che me ne faccio di questa liberazione?», dice piangendo Nidal Amin, che per dieci anni ha diretto l'Iraq Museum, il museo archeologico iracheno dove erano esposti i reperti più preziosi delle civiltà della Mesopotamia. Il Museo non è stato risparmiato dall'orda dei saccheggi che stanno investendo in questi giorni Baghdad. Quattro giorno fa, alle 5 di mattina, degli scalmanati hanno fatto irruzione nell'enorme edificio e sono riusciti a penetrare nei magazzini dove erano state conservate le opere per proteggerle dalla guerra e dai bombardamenti. 170 mila pezzi sono stati distrutti o trafugati, sostiene Nidal Amin. Nei locali del museo tra cocci di vasi, frantumi di statue, pezzi di oggetti preziosi di quelli che costituivano le sale del tesoro, libri distrutti, carte svolazzanti, filmati srotolati, cassetti rovistati, troviamo, esterrefatto, anche il dottor Mohsen, archeologo. Non riesce a crederci, «ho passato tutta la mia vita a catalogare le opere: tutto distrutto, migliaia di anni di storia della Mesopotamia. Sono dei barbari». Si è distrutta una parte della memoria di un popolo e di un paese «per il Medioriente l'Iraq è come Roma per l'Occidente», mi dice uno studente algerino, che era venuto qui per laurearsi in archeologia, ma proprio mentre stava per discutere la tesi è scoppiata la guerra. Un dipendente del museo non vorrebbe nemmeno farci vedere questo «esempio di inciviltà» lo ritiene troppo umiliante per il suo popolo. Lo comprendiamo ma poi lo convinciamo a farci entrare: è importante anche denunciare quanto è successo. Il museo di Baghdad era infatti uno dei meglio organizzati, dove le opere erano tutte attentamente classificate: un registro di popoli e culture che fiorirono nella Mesopotamia dai tempi immemorabili. Il Museo offriva la possibiltà di ammirare reperti preistorici, dell'arte dei Sumeri, Babilonesi, Assiri, Caldei, Farti, Sassanidi e Abassidi, in un susseguirsi cronologico. Accanto all'esposizione vi era anche una preziosa biblioteca decisiva per gli studi sulla Mesopotamia. Tutto questo non c'è più, e l'archeologo ci mostra sconsolato un catalogo miracolosamente intatto tra i pezzi di carta, che poi ci regala. Quando, alla vigilia dei bombardamenti, ero andata al museo per vedere gli effetti della guerra passata e quelli probabili futuri su siti archeologici e opere d'arte, mi avevano assicurato che le opere erano state messe al sicuro. E speriamo che qualche opera importante non fosse rinchiusa in quelle stanze con doppia porta, tutte sfondate. Forse la costruzione avrebbe potuto perfino resistere alle bombe, se non fossero state quelle perforanti, ma gli archeologi non avevano fatto i conti con la violenza dei vandali. Quando sono arrivati, i guardiani sono corsi a chiamare i marines appostati sui carri armati poco lontano: hanno risposto che non hanno compiti di polizia e hanno permesso che lo scempio si compisse. Ora i dipendenti del museo temono nuove irruzioni e l'archeologo Mohsen ha chiesto il nostro aiuto. Lo abbiamo accompagnato al comando dei marines per perorare la sua causa: i marines devono proteggere il museo, tutti i musei. Anche l'Unesco ne chiede la tutela militare. Non abbiamo le forze, ma presto ci sarà la polizia irachena, e poi dobbiamo pensare anche agli ospedali, ci rispondono. Giustissimo, peccato che nel frattempo quasi tutti gli ospedali e il museo siano già stati saccheggiati e distrutti. «Perché proteggono solo il ministero del Petrolio?».