Era assolutamente scontato che il saccheggio di massa in atto a Baghdad si sarebbe prima o poi indirizzato alla rapina dei tesori archeologici e storico-artistici custoditi - o, per meglio dire, non più custoditi - nel Museo Nazionale iracheno. Rispetto all'asportazione di varia utensileria domestica, di mobilia, arredi, cibarie e quanto potenzialmente accaparrabile in una primitiva e furibonda ansia di rivincita nei confronti di vent'anni e passa di guerre e oppressioni, di umiliante impoverimento e degrado, la prospettiva di un pur minimo ma immediato incasso attraverso la vendita di antichità a trafficanti e intermediari, da tempo capillarmente attivi in territorio iracheno e oltre, ha dato nuovo e più devastante impeto allo spoglio indiscrimato del patrimonio culturale relativo alle antiche civiltà della Mesopotamia. Una settimana fa (il manifesto del 3 aprile) avevo richiamato l'attenzione sull'incombente minaccia, oggi puntualmente - e, aggiungerei, tardivamente - verificatasi ai danni dei siti archeologici e delle sedi museali irachene, prima fra tutte quella di Baghdad: non appena terminata, o sensibilmente diminuita, la pioggia di missili, bombe e granate, è iniziata la razzia, nell'indifferenza più totale delle forze di occupazione, in tutt'altre faccende affaccendate. Facciamo qualche conto. Fino a un mese fa lo stipendio mensile di un professore universitario all'Università di Baghdad o di Mossul corrispondeva a circa dieci dollari: al mercato interno, una tavoletta cuneiforme sumerica o assiro-babilonese poteva fruttare al tombarolo locale una cifra oscillante da uno a cento dollari, per poi essere venduta a collezionisti europei, americani o giapponesi a cifre per lo meno centuplicate. Sino al 1990 la sorveglianza del Dipartimento delle Antichità aveva assicurato una efficace tutela del patrimonio conservato sul territorio e nei vari centri museali del paese: i tredici anni di embargo non solo hanno economicamente strangolato gran parte della popolazione (il termine arabo per «embargo» è hissar, letteralmente «strangolamento») ma hanno di fatto azzerato ogni capacità di vigilanza e controllo da parte delle autorità irachene. In conseguenza di ciò è iniziato e si è progressivamente intensificato lo spoglio di un immenso patrimonio antiquario. Due anni fa ho visto di persona a New York, a casa di un rinomato collezionista, cataste di scatoloni ricolmi di tavolette cuneiformi, provenienti da varie località dell'Iraq centro-meridionale, ancora da esaminare, fotografare e catalogare; centinaia di sigilli cilindrici di superba fattura; una quantità imprecisata di oggetti di piccole e medie dimensioni: il tutto in attesa di analisi e studio. Il segretario del collezionista mi disse che ormai il boss rifiutava le merci che gli venivano continuamente offerte - salvo prendere in considerazione singoli reperti di eccezionale qualità - dal momento che non c'era più spazio negli ambienti attrezzati a deposito. Le collezioni di antichità conservate nel museo di Baghdad sono paragonabili a quelle di Londra, Parigi e Berlino, frutto delle antiche acquisizioni a costo zero degli archeologi europei attivi in territorio sotto amministrazione ottomana tra la metà dell'ottocento e lo scoppio della prima guerra mondiale. Il potenziale bottino del saccheggio in atto è immenso: se si eccettuano le colossali statue di geni alati e altre divinità o semi-divinità provenienti dalle città capitali dell'impero asssiro, la cui massa e relativo peso escludono, almeno per il momento, un sommario asporto, non c'è che l'imbarazzo della scelta. Centinaia di migliaia di tavolette cuneiformi; statuaria di grandi, medie e piccole dimensioni; rilievi e bassorilievi; gioielli, attrezzi, utensili: testimonianze di una plurimillenaria civiltà destinate alla distruzione o alla scomparsa. Ma tutto ciò non interessa agli anglo-americani. Il prossimo obiettivo - forse già oggi o domani - è il secondo museo iracheno: quello di Mossul.
IRAQ: Un'intera civiltà per bottino
Il saccheggio di massa a Baghdad ha portato allo spoglio indiscriminato del patrimonio culturale iracheno, con la rapina dei tesori archeologici e storico-artistici custoditi nel Museo Nazionale iracheno. La prospettiva di un minimo incasso attraverso la vendita di antichità a trafficanti e intermediari ha dato nuovo impeto allo spoglio. Il patrimonio culturale iracheno è stato azzerato a causa dell'embargo e della mancanza di capacità di vigilanza e controllo da parte delle autorità irachene. Le collezioni di antichità conservate nel museo di Baghdad sono paragonabili a quelle di Londra, Parigi e Berlino, e il potenziale bottino del saccheggio è immenso.
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