FANO - Il processo cui furono sottoposti i primi acquirenti del Lisippo, a Perugia, si concluse con una assoluzione per insufficienza di prove. Il giudice non potendosi rendere conto né dell'effettivo valore della statua, né della sua autenticità, in quanto questa aveva già varcato i confini nazionali, e nemmeno stabilire con certezza il luogo del rinvenimento, non reputò sufficientemente motivate le accuse e quindi prosciolse sia Pietro Barbetti e i suoi parenti Fabio e Giacomo che il sacerdote don Giovanni Nagni dagli addebiti con cui erano stati rinviati a giudizio. Del resto la cifra pagata dagli antiquari di Gubbio ai pescatori fanesi (tre milioni e mezzo di lire: all'epoca un piccolo capitale, il che attribuiva al reperto un certo valore), fece propendere il giudice a non pronunciare una assoluzione piena. Era il 18 maggio del 1966 ed erano trascorsi meno di due anni dal rinvenimento in mare del Lisippo, ma la vicenda giudiziaria in cui rimasero implicati gli imputati, non si esaurir qui. Il pm ricorse in appello e sempre dalla Corte di Perugia ottenne il capovolgimento della sentenza, che il 27 gennaio 1967 condannò Pietro, Fabio e Paolo B arbetti, ciascuno a 4 mesi di reclusione e don Giovanni Nagni, la cui condotta processuale era stata ritenuta fin dal primo giudizio più lineare e trasparente rispetto a quella degli altri imputati, a 2 mesi di reclusione, più un'ammenda di carattere amministrativo. Evidentemente questa volta il giudice ritenne che la responsabilità degli acquirenti del Lisippo in ordine ai danni provocati allo Stato dalla compravendita della statua, fosse più comprovata. Ma era destino che nessuno, in questa storia, pagasse per il trafugamento. Il terzo grado di giudizio, infatti, quello che si svolse di fronte alla Corte di Cassazione, portò a una nuova sentenza di assoluzione per tutti gli imputati. La Corte in data 22 maggio 1968, annullò la sentenza di condanna della Corte di Appello di Perugia e inviò tutti gli incartamenti alla Corte di Appello di Roma che il 18 novembre 1970 assolse tutti gli imputati perché il fatto non costituisce reato. La sentenza finale passò in giudicato il 2 gennaio 1971. Da quel momento nessun'altra azione giudiziaria fu più intentata contro chiunque ebbe a che fare con la storia del Lisippo che, nel frattempo, stava peregrinando per l'Europa in cerca della sua destinazione finale. Da Milano alla Svizzera, e poi ancora nel piccolo Stato del Lichtenstein e quindi a Monaco di Baviera dove pare sia stata acquistata da un certo Heinz Herzer, antiquario e restauratore che la pagò una cifra equivalente a 420 milioni di lire. Le quotazioni stavano crescendo rapidamente rispetto ai tre milioni e mezzo iniziali e ai quattro con cui i Barbetti cedettero la statua a un acquirente di Milano. Herzer a sua volta ricevette offerte un po' da diversi Paesi del globo, visto che i musei incominciarono ad interessarsi di quella statua il cui valore effettivo e la cui attribuzione a un grande artista greco, incominciava ad acquistare credito. Si fecero vivi persino alcuni consulenti artistici di una istituzione australiana i quali, comunque, trovando l'offerta carente di documentazione legale, rinunciarono alla trattativa. Mentre l'iter processuale nei confronti degli antiquari di Gubbio volgeva al termine, la notizia dell'esistenza sul mercato di un originale greco, attribuito niente meno che a Lisippo, giunse alle orecchie di Burton Frederickson, curatore del Getty Museum di Malibu, in California, che cercò subito di contattare i venditori. Fu un primo approccio che fu condotto a nome del magnate americano, che tuttavia non riuscì nell'intento, in quanto la documentazione fu considerata scarsa e quindi non giustificabile un suo trasferimento in America. Cosa che si superò qualche anno più tardi, a metà degli anni '70, quando l'offerta fu fatta da una nota casa d'asta londinese che la cedette al Getty Museum per 4 miliardi e 350 milioni di lire. Da allora il Lisippo si trova a Malibu insieme a una collezione di reperti antichi, di cui molti provengono dal nostro Paese.