Gli appassionati del centro storico, quando attraversano piazza del Garraffello e danno uno sguardo ai resti dei palazzi Rammacca e Lo Mazzarino, si fanno prendere dalla tristezza. Adesso che non ci sono più i grandi tendaggi e le luci accecanti dei commercianti del mercato, quei due scheletri edilizi danno l'immagine di uno sfacelo inquietante. Ha ragione Nino Vicari, presidente di «Salvare Palermo», quando denuncia che «il quartiere popolare più celebre di Palermo è in crisi profonda, vuoto di esercenti e di abitanti, con un vasto patrimonio edilizio - fra cui è eccezionale quello a carattere monumentale - in gran parte degradato, in parte crollato, ma meritevole di recupero e di riutilizzo». Sabato scorso cinque giovani milanesi hanno scattato una valanga di fotografie sul degrado dei palazzi Rammacca e Lo Mazzarino. Invero, erano interessati all'aspetto architettonico e si trovavano a Palermo per il congresso nazionale sul tema «Lo stato dell'Arte». Cocente è stata la delusione di quei cinque studenti nel trovare la Loggia dei Catalani nel coma più profondo. Uno di loro aveva la riproduzione del libro settecentesco di Patrick Brydone; l'autore scozzese descrive questi luoghi con forte entusiasmo: «La piazza del Garraffello è affollata di carrozze e di gente che cammina a piedi, e per meglio favorire il piacere e l'intrigo v'è la costumanza che nessuno di qualsiasi condizione sia, possa portare dietro un lume. Tutto sa di misterioso. Unica indiscreta è la luna, che a volte viene a disturbare la passeggiata con la casta luce. Le signore per non farsi riconoscere camminano molto spesso con le maschere. Questa è una istituzione che risale ai tempi degli arabi. Nella piazza del Garraffello i divertimenti principali sono le lunghe conversazioni, un assortimento vario ogni sera. Qui le conversazioni possono cominciare al tramonto e andare avanti fino a mezzanotte. Ci sono anche i sontuosi palazzi Rammacca e Lo Mazzarino da dove ogni tanto arriva una dolce musica». Oggi negli stessi luoghi a conversare sono alcuni fedelissimi della Vucciria, il loro argomento del giorno è il magico Palermo che è riuscito a mietere vittime di squadre blasonate come l'Inter. Ma andiamo a conoscere quella che fu la principesca dimora dei Gravina Filangeri di Rammacca, che occupava l'intero isolato fino alla retrostante via Terra delle Mosche, che, secondo lo studioso ottocentista Piola, si chiamò in questo modo perché la strada era battuta di molta gente. All'inizio del Seicento nell'enorme edificio aveva sede l'ufficio della Tavola, il Banco pubblico fondato nel 1553 e poi trasferito a palazzo Pretorio. Nel 1721, un crollo costrinse i proprietari ad iniziare un intero programma di interventi. Sembra che la relazione del progetto sia stata firmata da Giuseppe Amato, l'architetto di palazzo Gaetani-Rostagno. Ma il tremendo terremoto del 1726 mise nuovamente in ginocchio la struttura. La nuova dimora dei Rammacca venne innalzata sul finire del 1730 e porta la firma di Nicolò Palma. In una incisione di Giuseppe Vasi (1736) si nota la statua di Carlo III al centro di una «machina scenica» d'argento sbalzato e pietre dure, innalzata da orafi e argentieri in occasione dell'incoronazione. L'edificio venne abbellito all'interno con saloni affrescati e pavimenti in maiolica che servivano per le sontuose feste da ballo. Il principe di Rammacca fu capitano di Giustizia e gentiluomo di Camera di Sua Maestà. La famiglia Gravina Filangeri di Rammacca fu una delle più nobili, antica e gloriosa per possesso di molti feudi e per numero di cariche ricoperte. Oggi l'edificio di piazza Garraffello, anche se degradato, è abitato da diverse coppie giovani che sperano in un miracolo di recupero dell'immobile e della zona. Palazzo Lo Mazzarino, invece, si trova in uno stato di degrado veramente grave, puntellato e abbandonato al proprio destino. Ormai esiste soltanto la scheletrica facciata con una nicchia vuota dove un tempo era inserito il busto marmoreo di Carlo V. Sembra, comunque, che la scultura sia stata recuperata dalla Soprintendenza e conservata nei magazzini.