Ma quali vittime del colonialismo? Lo stile italiano ha una radice solida, precisa e innovativa. Si riconosce fin da Tokio... La rivista giapponese «AU» celebra l'architettura tricolore. Una profonda metamorfosi dei luoghi Giappone e Italia, storia di una passione. Una passione eterna, o quasi, visto che proprio in questi giorni la più quotata rivista giapponese di architettura celebra con un numero monografico (il primo dopo ben venticinque anni), italian style of live o meglio quella che viene definita Italian Metamorph, la metamorfosi italiana. Finendo per schierarsi, più o meno involontariamente, nella recente polemica sulla presunta colonizzazione del nostro paese da parte dei progettisti stranieri (giapponesi compresi, a cominciare da Arata Isozaki). AU (ovvero Archìtecture and Urbanism , questo il nome della rivista con testi in giapponese e inglese curati da Luca Molinari), non ha davvero dubbi: il panorama dell'architettura italiana è un panorama di tutto rispetto. E pieno di sorprese. Dove, accanto a nomi noti (pur con qualche esclusione eccellente), si ritrovano le belle novità (finora sconosciute ai non addetti ai lavori) dei Metrogramma, del gruppo IaN o dell'Osservatorio Nomade. Una ventina in tutto i progetti presentati suddivisi in quattro sezioni che poi sono quattro differenti declinazioni del made in Italy: l'invenzione urbana, le tradizione «riletta», la sperimentazione, i vero e proprio stile. Non sorprende trovare tra le scelte di AU progetti ormai celebri come la palazzina residenziale di Cino Zucchi a Venezia, la Bicocca di Vittorio Gregotti, la nuova Fiera di Massimiliano Fuksas, il raffinato intervento di Antonio Citterio per il nuovo Hotel Bulgari, il nuovo show-room di Cavalli progettato da Italo Rota. Piacevoli rivelazioni sono invece quelle dei più giovani (da Labics ai maO ai C associati), tanto che proprio ad un gruppo nuovo è addirittura dedicata la copertina: il coloratissimo asilo nido-nursery dello Studio Albori a Roma. Sono progetti (realizzati o no), di cantine per il vino (Archea), negozi di piastrelle (Fabio Novembre) oppure parchi pubblici (Marco Navarra). E (sia pure con una predominanza del Nord rispetto al Sud), toccano di fatto tutto il nostro territorio, da Caltagirone a Bolzano, da Bari a Maranello, da Pescara a Casetta. Il risultato è sorprendente: quello di un panorama variegato che può essere raffinatamente minimalista oppure deliziosamente kitsch, che può guardare alla lezione di Mies van de Rohe oppure reinterpretare il nostro grande passato: perché (questa è in fondo l'opinione di AU), l'Italia è stata e continua ad essere, forse senza nemmeno saperlo, uno dei laboratori più vivaci e più gloriosi delle attuali tendenze ir materia di architettura. Finendo così pel cambiare in continuazione. Metamorfosi italiana, appunto.
Che bella l'Italia vista con occhi a mandorla
La rivista giapponese AU celebra l'architettura italiana con un numero monografico, intitolato "Italian Metamorph", che esplora la varietà e la diversità del panorama italiano. La rivista riconosce la profonda radice solida e innovativa dello stile italiano, che si è evoluto nel corso degli anni. I progetti presentati sono suddivisi in quattro sezioni: invenzione urbana, tradizione riletta, sperimentazione e stile. Tra i progetti presentati, ci sono opere famose come la palazzina residenziale di Cino Zucchi a Venezia e la Bicocca di Vittorio Gregotti.
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